Il Tesoro Usa salva Bofa, Citi si spezza in due

C’è la nuova stampella offerta a Bank of America, ex stella del firmamento bancario Usa ora in caduta e alle prese con l’indigeribilità di un boccone velenoso come Merrill Lynch; e c’è lo spezzarsi in due tronconi di Citigroup che sceglie di tornare alle origini, ovvero alla tradizionale attività bancaria, nel tentativo di superare l’onda alta della crisi. A quattro giorni dall’insediamento alla Casa Bianca di Barack Obama (che potrebbe subito annunciare la creazione di una bad bank nella quale far confluire gli asset tossici), il Tesoro è ancora una volta intervenuto ieri per turare le falle del dissestato sistema creditizio americano, mentre dal Senato arrivava il via libera alla seconda tranche di aiuti da 350 miliardi di dollari riservata al settore del credito.
L’azione di salvataggio di Bofa è modulata sulla formula già utilizzata alla fine dello scorso novembre per strappare dal crac proprio Citi (dopo l’opzione della semi-nazionalizzazione adottata per Fannie Mae e Freddie Mac e quella del maxi-prestito scelta per Aig), cui era stata concessa la copertura di perdite fino a 300 miliardi, più 20 miliardi versati in contanti. Ieri il Tesoro ha comunicato i termini del paracadute finanziario offerto alla banca di Vikram Pandit, reduce da un periodo ottobre-dicembre 2008 in cui sono stati persi 8,3 miliardi.
Un passivo-monstre, tale da richiedere una profonda riorganizzazione degli assetti societari. Di fatto, l’istituto sarà spaccato in due tronconi: nel primo verranno fatte confluire le attività tipicamente bancarie, con un ritorno alle origini marcato anche dalla riproposizione del nome storico, Citicorp; nel secondo, chiamato Citi Holding, verranno invece collocati gli asset non strategici e più rischiosi. Il sentiero lungo cui si muove l’istituto è stretto e insidioso: la concessione di ulteriori aiuti federali si tradurrebbe in una nazionalizzazione, visto che dopo l’ultimo intervento il Tesoro ha acquistato i diritti per diventare il primo azionista.
Poco rosee sono anche le prospettive di Bofa, alla quale sarà staccato un assegno da 20 miliardi, da sommare ai 25 già incassati nell’ottobre scorso, in cambio di azioni privilegiate con un dividendo dell’8%. Inoltre, all’istituto guidato da Kenneth Lewis il Tesoro assicurerà una copertura pari a 118 miliardi sulle perdite. Il rosso dell’ultimo quarter 2008 è assai vistoso, 1,79 miliardi, ed è il primo negli ultimi 17 anni. Il passivo non tiene tra l’altro conto del «buco» da 15,3 miliardi di Merrill Lynch, il cui acquisto è stato annunciato nei mesi scorsi ma non è stato ancora formalizzato a causa del deterioramento dei conti di Bofa e dell’andamento peggiore del previsto della stessa Merrill.
Wall Street ha registrato con favore il via libera alla seconda tranche di fondi per le banche e l’immediato versamento di 20 miliardi a Bofa, poi ha rapidamente corretto il tiro a causa delle indicazioni macroeconomiche negative giunte dalla produzione industriale (-2% in dicembre, il doppio delle attese), dal crollo dei flussi netti di capitali (58,8 miliardi in novembre contro i 260 del mese prima) e dal calo dell’inflazione in dicembre (-0,7%). Alla fine, però, ha chiuso in rialzo (+0,94% il Dow Jones, +1,19% il Nasdaq). Dopo sette sedute in ribasso, le Borse europee hanno invece provato a reagire chiudendo con rialzi comunque inferiori al punto percentuale, con l’eccezione di Milano (+1,43%, ma la flessione settimanale è del 6%) dove Unicredit ha recuperato parzialmente terreno (+2,44%).
L’andamento dei mercati resta comunque pesantemente condizionato dagli interrogativi sulla durata della crisi. La Casa Bianca stima una ripresa nella seconda metà del 2009, anno piatto per la crescita (+0,6%) dopo un 2008 negativo (-0,2%), cui faranno seguito un 2010 e un 2011 a passo di carica (+5%). Previsioni, tuttavia, da prendere con le molle, considerata l’ormai assodata imprevedibilità di questa crisi.