Tesoro Usa: Snow lascia, arriva Paulson

Le reazioni: il biglietto verde ai minimi da sette settimane contro euro e yen

Rodolfo Parietti

da Milano

Henry M. Paulson è il nuovo segretario al Tesoro Usa. Ha 60 anni, e credenziali di assoluto rispetto: già basterebbero gli otto anni passati alla guida di Goldman Sachs, che di lui hanno fatto il manager più ricco e prestigioso di Wall Street. Ma Paulson è, soprattutto, «Hank» per George W. Bush. Un amico di vecchia data. Ciò che John Snow, da ieri ex numero uno del department, non è invece mai riuscito a diventare. Tenuto sempre ai margini della cerchia ristretta dei consiglieri di Bush, Snow aveva via via visto diventare sempre più gelidi i rapporti con la Casa Bianca, tra rumor di dimissioni cominciati nel dicembre 2004 e diventati tambureggianti negli ultimi mesi.
Nel breve discorso tenuto ieri nel Giardino delle Rose, il presidente statunitense ha riservato poche parole di circostanza per ringraziare Snow. Che pure ha appoggiato la politica di tagli fiscali fortemente voluta dall’amministrazione e offerto un contributo significativo alla crescita economica dell’America, ancora in grado di espandersi nel primo trimestre 2006 a un ritmo del 5,3%, il migliore dal 2003, forte di un mercato del lavoro in salute e di un’inflazione sotto controllo. Paulson dovrà dimostrare di saper far di meglio. E avrà poco tempo: non solo perché il suo incarico durerà appena 2 anni e mezzo, quanti ne restano a Bush per portare a termine il secondo mandato, ma perché a novembre ci sarà il test delicato delle elezioni politiche. Al minimo dei consensi popolari, Bush è convinto di aver trovato nell’amico Hank la persona giusta al momento giusto, anche se fino all’ultimo ha cercato di convincere l’ex segretario al Commercio, Don Evans, ad accettare il Tesoro. Paulson piace a Wall Street (e non potrebbe essere altrimenti), è apprezzato perfino dai democratici, e parla la stessa lingua del presidente. «Paulson sarà il capo del mio team economico - ha assicurato ieri Bush -. Hank condivide la mia filosofia che l’economia prospera quando abbiamo fiducia che il popolo americano risparmi, spenda e investa come meglio ritiene». Appunto: il problema di Bush è la percezione condivisa delle famiglie americane che le cose stiano andando male, come dimostra anche l’ultimo indice sulla fiducia dei consumatori, scesa in maggio ai minimi non più toccati dal periodo dell’uragano Katrina. C’è dunque anche bisogno di un grande comunicatore. E Paulson, ha detto Bush, «è in grado di parlare di economia con parole semplici».
Alla missione «domestica» di riconquistare la confidence del popolo a stelle e strisce, il neo ministro dovrà affiancare quella internazionale. E non sarà certo meno importante. Gli osservatori hanno fatto notare che il cambio della guardia al Tesoro Usa ha sempre coinciso con un diverso orientamento di politica valutaria: era successo con Jimmy Baker nell’85 e poi con Robert Rubin. È dunque probabile che Paulson punti a un ulteriore deprezzamento del dollaro (che ieri infatti è sceso ai minimi da sette settimane rispetto a euro e yen) per aumentare la forza delle merci Usa oltre confine e ridurre il deficit commerciale ed eserciti pressioni ancora più forti sulla Cina per ottenere la rivalutazione dello yuan. L’economia Usa è forte «ma non possiamo prenderlo come fatto garantito - ha detto ieri -: dobbiamo prendere degli accorgimenti per mantenere la nostra competitività nel mondo». Più chiaro di così...