Tessile e calzaturiero il polo malato di delocalizzazione

L’occupazione è scesa in 4 anni di 85mila unità. Le imprese sono piccole e le chiusure non fanno notizia. Soffre il prodotto economico

Paolo Stefanato

da Milano

Insieme con quello della meccanica, e degli elettrodomestici in particolare, i settori del tessile-abbigliamento e delle calzature sono l’altro grande polo aggredito da anni dal fenomeno della delocalizzazione. Ma fa meno notizia, perché si tratta di un tessuto imprenditoriale costituito in prevalenza da realtà piccole e piccolissime, che quando chiudono non finiscono sui giornali. Eppure i numeri sono drammatici: oggi gli occupati del sistema moda sono circa 880mila, dal 2001 ne sono stati persi 85mila. Le imprese sono circa 80mila, l’aritmetica indica una media poco superiore ai 10 addetti ciascuna.
Il modello industriale dell’abbigliamento è sempre stato orientato all’utilizzo di terzi, specie per le lavorazioni a più alto contenuto di manodopera. Ed è qui che si sono concentrati i problemi: «Nel sistema moda è difficile rintracciare casi di delocalizzazione esplicita, con la chiusura e il trasferimento di stabilimenti», spiega Valeria Fedeli, segretario generale della Filtea. «La delocalizzazione è avvenuta invece per segmenti di produzione, è stata fatta negli anni e ha riguardato principalmente le produzioni a basso valore aggiunto». L’impoverimento è «di sistema», visto che la sua dinamica è nei distretti, nell’indotto e nella rete di piccole industrie. Le lavorazioni si sono spostate in tutti i Paesi a basso costo di manodopera. Inoltre il prodotto, leggero e trasportabile, si presta a segmentazioni del processo: l’impresa italiana può servirsi di stabilimenti esteri solo per parte della lavorazione, esportare materie prime e reimportare un semilavorato da rifinire e da marchiare in Italia. Le norme sul «made in Italy» sono tuttora oggetto di spinose controversie.
«Delocalizzare è una necessità per tutti i prodotti che non reggono i costi», spiega Mario Boselli, industriale del settore e presidente della Camera della moda italiana. «Un filo per l’ordito delle tende con determinate caratteristiche, per esempio, è uguale indipendentemente da dove lo si fabbrica: è una commodity. O ci si adatta ai prezzi correnti o si è tagliati fuori». Nell’abbigliamento si distingue poi tra delocalizzazione vicina o lontana. Nel primo caso, che riguarda soprattutto i Paesi dell’Europa dell’est e del bacino del Mediterraneo, si esportano lavorazioni intermedie, tenendo saldamente in Italia progettazione, rifiniture, logistica, commercializzazione. Se la produzione invece è lontana - Pakistan, Vietnam, Malesia, Cina - il prodotto viene interamente fabbricato in quegli stabilimenti, per servire altri mercati; più si va lontano, più si allentano i rapporti con le sedi centrali.
Il «va-e-vieni» tra Italia e Paesi come la Romania, la Bulgaria, la Polonia nasce da una premessa incontestata: «I tessuti italiani sono i migliori del mondo - afferma orgogliosamente Boselli - e vengono esportati temporaneamente per essere confezionati altrove. Ma oggi questo meccanismo sta cambiando. Nella ricerca esasperata di profitto, ora si tende a fare in Italia solo il prototipo e a spostare tutto il resto all’estero. Anche la realizzazione del tessuto, che dunque risulta meno valido. Il vero rischio è che il tessile italiano perda capacità creativa ed elaborativa, e che così si indebolisca tutta la filiera». Le scelte industriali di Boselli confermano questa convinzione. «Noi abbiamo delocalizzato la produzione di filati in Slovacchia, ma i tessuti li facciamo tutti in Italia».
Il gruppo Boselli, oggi guidato dai figli di Mario, Carlo e Federico, nel 1997 aveva 400 dipendenti solo in Italia; oggi ne ha 370, di cui 150 in Italia e 220 all’estero. È cambiato anche il perimetro, poiché l’attività di nobilitazione (80 dipendenti) è stata chiusa. «In Slovacchia la manodopera costa un settimo rispetto all’Italia e l’energia il 45% in meno». Il futuro dell’industria italiana è allora segnato? «Non sono ottimista. Sopravviveranno le aziende iperspecializzate o di grande internazionalizzazione, vedo difficile la vita di quelle piccole e piccolissime. Ma vorrei precisare: sono pessimista sull’industria, lo sono meno sui meccanismi di aggiustamento del nostro Paese, che in questi anni hanno saputo reagire alle difficoltà».
Anche l’industria delle calzature continua a soffrire. Secondo i dati dell’Anci, l’associazione di categoria, il settore nel 2004 impiegava direttamente circa 100mila persone: «Negli ultimi sette mesi abbiamo perso un altro 5% di occupati» riferisce il direttore, Leonardo Soana.
La situazione è diversa secondo il tipo di produzione e l’età dell’azienda: se l’industria è recente, è già nata post-industriale, fortemente orientata all’utilizzo di lavorazioni di terzi, snella di manodopera e focalizzata sul contributo creativo al prodotto; se è di vecchia data, ha dovuto «dimagrire» nel tempo. Le produzioni spostate all’estero sono quelle di gamma bassa o medio bassa, oppure con caratteristiche tecnologiche fortemente industriali, per materiali e serialità. Restano (e resteranno) in Italia le scarpe di qualità. Hanno sofferto di più le imprese più rigide e strutturate al momento della grande competizione dei mercati
Un esempio di industria tradizionale è la Nuova Adelchi di Casarano (Lecce), un prodotto medio basso sottoposto alla pressione della concorrenza di costo. Dieci anni fa i dipendenti erano 2.400, oggi sono 200. «Tutta la produzione è ormai lontana - spiega Sergio Adelchi -, in Italia c’è il cervello: ricerca, progettazione, commercializzazione». Le fabbriche oggi sono in Albania (1.500 dipendenti), Bangladesh (1500), Etiopia (500). «Non potevo - commenta amaramente Adelchi - produrre in Italia a 10 dollari. Dovevo licenziare di più, ma sono un padre di famiglia e non guardo solo ai numeri». I distretti calzaturieri del Sud, Barletta in testa, hanno subito forti ridimensionamenti. «Perdiamo occupati: ma poi chi li mantiene?» osserva Soana, riferendosi ai contraccolpi sociali.
Delocalizzare è, al tempo stesso, una necessità e un fattore di successo. Melania, azienda marchigiana leader nelle scarpe per bambini, 83 milioni di fatturato, da anni ha scelto Romania e Cina. «L’azienda è nata nel 1967 - racconta l’amministratore delegato Giordano Gironacci - e nel 1999 siamo arrivati a 1.450 dipendenti diretti, più un indotto di altri 2mila. Oggi in Italia occupiamo direttamente 400 persone, ma ne abbiamo altre 1.700 in Romania. A impianti cinesi affidiamo la produzione di scarpe tecniche, a forte intensità di manodopera, che in Europa nessuno fabbrica più da almeno vent’anni».
Antesignana di internazionalizzazione è stata la Lotto (250 milioni di fatturato), che, producendo scarpe sportive, si è trovata subito in competizione con i grandi marchi internazionali: «Dalla seconda metà degli anni Settanta furono avviate produzioni in Corea del sud e a Taiwan - racconta Adriano Sartor, che insieme ad Andrea Tomat controlla il 50% della società -. Allora si produceva anche a Montebelluna, avevamo 200 dipendenti; la fabbrica non c’è più, gli stessi spazi sono diventati il laboratorio di ricerca del gruppo, con servizi e logistica, e oggi i dipendenti sono 400. Produciamo in Cina, Vietnam, Indonesia, Turchia, affidandoci ad aziende esterne». Da una costola della Lotto 12 anni fa nacque Stonefly (92 milioni di fatturato), che subito collocò le produzioni in Marocco, in Romania e in Bulgaria (qui la fabbrica è di proprietà, 400 dipendenti). In queste aree vengono portate le materie prime dall’Italia, poi il prodotto finito viene riportato a Montebelluna, da dove viene distribuito. «In Italia abbiamo 150 dipendenti, cresciuti del 30% nel 2005», riferisce Sartor, che di Stonefly è presidente.
Caso analogo è quello della Geox, 10 anni di storia trascorsi a bruciare le tappe, un successo ottenuto grazie a una grande fiducia nella ricerca e a un sapiente uso delle leve pubblicitarie e commerciali: oggi ha 450 milioni di ricavi, in costante crescita. L’azienda è nata senza fabbriche, già terziarizzata, con forti investimenti in ricerca e creatività, «che sono il nostro vero valore aggiunto», ripete sempre il fondatore, Mario Moretti Polegato. Dal 2001 Geox ha uno stabilimento a Timisoara, in Romania, dove lavorano 1.400 dipendenti, e dall’anno successivo un altro insediamento in Slovacchia, dove lavorano 700 persone. Ciò nonostante, in Italia gli occupati del gruppo sono oltre mille, compresa la rete commerciale di 175 negozi (343 in tutto il mondo). A conferma che tenere stretti i segmenti aziendali di valore è oggi il fattore determinante per il successo di un’impresa.
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