Tessile in ripresa e ruolo delle famiglie

Non è semplice parlare del settore tessile italiano, sia per l'articolazione del settore stesso, comprende infatti vari segmenti (filati e tessuti) e varie specialità (lana, cotone, seta, lino, canapa, fibre artificiali) che per la sovraesposizione dell'argomento sui media.
Proviamo a suddividere la storia recente del tessile italiano in tre periodi di interesse.
Il primo periodo: ante 2004. Il settore tessile è arrivato alla fine del 2003 investito da una profonda crisi qualitativa e quantitativa. Da una parte l'emergere di un nuovo sistema competitivo, dall'altra la staticità delle imprese del settore. Il settore, infatti, è rimasto immobile nella sua energia e direzione di marcia in un contesto strutturalmente e profondamente mutato. Gli investimenti, che costituiscono uno degli indicatori più importanti per cogliere le principali direttrici evolutive, si sono ridotti drasticamente e concentrati prevalentemente in una strategia di delocalizzazione selvaggia. Senza che questa fosse inquadrata in una precisa strategia di internazionalizzazione. Il ridimensionamento quantitativo e il peggioramento qualitativo ha determinato un dimezzamento della redditività (il Roi medio del periodo 1996-2000 è stato pari al 9%, il Roi medio del periodo 2001-2003 è stato pari al 5,6% - Confindustria -), con un picco negativo nel 2003.
Il secondo periodo: biennio 2004-2005. Gli imprenditori del settore, le aziende del settore tessile sono costituite per la quasi totalità da imprese a gestione familiare, han dato vita ad una vera e propria ristrutturazione. Nel 2004 e nel 2005 sono ripresi gli investimenti. Le aziende hanno, inoltre, realizzato oltre il 95% dei propri investimenti in Italia o in altri Paesi Ue15. Questo dato segnala una battuta d'arresto rispetto alle forti spinte verso gli investimenti nei Paesi in via di sviluppo degli anni precedenti. Le aziende, dove possibile, hanno abbandonato le commodities e hanno cercato di consolidare la propria leadership nelle fasce di mercato a maggiore valore aggiunto, privilegiando gli investimenti relativi alle integrazioni di filiera. Si sono, quindi, mantenuti costanti i fatturati e sono diminuiti i volumi. Molte aziende hanno avviato la trasformazione in converter con bassa capacità produttiva interna, riservata ai prodotti di sola fascia alta, e ottimizzazione della ricerca delle fonti di approvvigionamento esterne. Ad eccezione del settore tessile cotoniero la redditività ha recuperato punti in un continuo trend positivo. È importante sottolineare che, data la maturità del settore, la redditività seppur positiva si mantiene molto contenuta. I vari progetti di ristrutturazione avviati internamente dalle singole aziende hanno cominciato a dare i primi timidi segnali positivi.
Terzo periodo: 2006 e avanti. Un sentiment meno negativo investe oggi il settore. La raccolta ordini dà segni di leggera ripresa. Le aziende sono a metà del loro cammino di ristrutturazione. Ma chi si ferma è perduto. Avviata la ristrutturazione interna è ora di avviare una forte ristrutturazione «esterna». Un ricorrente punto debole è l'incapacità di fare sistema, proprio qui dove le economie di scala sono importanti. Il modello delle imprese familiari che ha funzionato bene in passato è oggi, salvo rare eccezioni, un vincolo alla crescita, anche perché gli imprenditori antepongono il controllo allo sviluppo.
Questo è il momento giusto per unire le forze, per dar vita ad una impresa dotata di dimensione, forza, strategia, prodotto in grado di competere ai massimi livelli. Penso ad una grande polo tessile che possa unire i Miroglio, i Verzoletto, i Marzotto dove si superi il puro interesse individuale di breve termine a favore di un progetto di grande respiro nazionale ed internazionale, un progetto di eccellenza. Una aggregazione guidata da una squadra di manager di alta professionalità, con regole di governance. Una pubblic company in grado di continuare ad aggregare nuovi soggetti, nuove forze, nuovi stimoli.
Tessile: avanti tutta!
Economista studio Vitale-Novello*