Il tessitore della finanza nazionale

Nato a Marino, nei Castelli Romani nel febbraio del 1935, Cesare Geronzi siede alla presidenza del consiglio di sorveglianza di Mediobanca, il tempio da cui Enrico Cuccia «sorvegliava» la grande finanza italiana. Trasversale nella politica e negli affari, Geronzi è considerato uno dei banchieri più influenti del nostro Paese insieme al presidente di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli. Per anni signore incontrastato della finanza romana, Geronzi muove i primi passi come commercialista. Nel 1960 entra in Bankitalia, dove lavora come cambista e ne scala la struttura fino alla direzione dei servizi rapporti con l’estero. Nel 1980 il passaggio al Banco di Napoli come vice direttore generale, due anni più tardi il vertice della Cassa di Risparmio di Roma e poi del Banco di Santo Spirito. Esperienza e influenza aumentano, Geronzi governa la privatizzazione che porta alla nascita della Banca di Roma, di cui diventa presidente. Quindi la nascita di Capitalia (la holding di Banca di Roma, Bipop e Banco di Sicilia) che Geronzi affida all’ad Matteo Arpe per una profonda ristrutturazione. Ma nella primavera del 2007 il rapporto tra i due si incrina, Arpe è accusato di muoversi con troppa autonomia nel periodo in cui Geronzi era stato tenuto lontano dalla banca da alcuni guai giudiziari. Ad avere la meglio è il banchiere romano che poco dopo consegna Capitalia ad Alessandro Profumo, permettendo a Unicredit di scavalcare Intesa nella classifica delle superbanche italiane. Quindi l’incarico di presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca. Una delle poltrone più delicate del sistema di potere in Italia: Geronzi tesse le fila tra i grandi soci della più illustre banca d’affari del Paese, guarda allo sviluppo di Generali, governa con Bazoli il passaggio azionario di Telecom Italia dall’era Pirelli a quella di Franco Bernabè.