Test nei supermercati: si cerca Unabomber nel Dna di tutti i clienti

Marino Smiderle

da Venezia

Questione di centimetri. Macché di centimetri, di mezzo centimetro al massimo, diciamo dai 4 ai 6 millimetri di scalfittura che gli inquirenti avrebbero trovato in una lama delle forbici di marca «Valex». Gli stessi millimetri, è la tesi accusatoria, che sarebbero stati trovati nella piccola lamiera usata per confezionare un ordigno di Unabomber. Basterà questo impianto investigativo, supportato da plichi di intercettazioni ambientali, per condannare l’ingegnere Elvo Zornitta?
Il principale sospettato degli assurdi e infami attentati firmati da Unabomber (almeno una ventina sui 34 preparati dal 1994 a oggi) è proprio questo professionista che ha deciso di combattere a viso aperto e di respingere punto su punto le accuse del pool investigativo costituito nella Direzione distrettuale antimafia di Trieste. Ed è un confronto duro, giocato anche sul filo dei nervi, se è vero, come è vero, che anche nei giorni scorsi gli inquirenti sono andati nella sua casa di Corva di Azzano Decimo per portare via sacchi di materiale già esaminato in passato. Si tratterebbe di materiale elettrico e di bricolage che Zornitta sostiene essere legato al suo hobby e che peraltro sarebbe già stato setacciato in passato senza che vi fosse riscontrato alcunché legato agli attentati.
«Ormai con gli inquirenti ci conosciamo - ha detto l’ingegnere, nei confronti del quale la Dda di Trieste ha ipotizzato i reati di lesioni personali aggravate da finalità di terrorismo, fabbricazione e detenzione di ordigni esplosivi per finalità di terrorismo - e quando lunedì hanno bussato alla mia porta li ho fatti entrare senza problemi, consegnando spontaneamente quello di cui dicevano di aver bisogno. Ormai non ho più segreti e credevo anche che già al termine della seconda perquisizione, durante la quale la mia abitazione è stata presa d’assalto da ben 25 investigatori, avessero vivisezionato la mia casa». Evidentemente no, se la procura di Pordenone, competente per territorio, ha poi convalidato il sequestro del materiale e disposto il trasferimento di due sacchi alla Dda di Trieste.
Secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal quotidiano Il Gazzettino, però, le indagini del pool veneziano-triestino andrebbero avanti anche in altre direzioni. In particolare starebbero chiedendo di sottoporsi all’esame del dna tutti quei clienti che nel 2002 e nel 2004 erano all’interno di due supermercati dove sarebbero stati rinvenuti materiali organici attribuibili a Unabomber. Precisamente al supermercato Emmezeta di Pordenone e al Continente di Portogruaro: attraverso i pagamenti effettuati con carte di credito o bancomat effettuati in quei giorni si risale alla presenza nel supermercato e si chiede la collaborazione, ovviamente in maniera facoltativa, con lo scopo di aiutare a fare chiarezza nelle indagini. Sarebbero già state contattate decine di persone, tutti maschi, tra i quali anche stimati professionisti, un ex sindaco, un ex consigliere regionale.
Come cercare un ago in un pagliaio, verrebbe da dire, ma nessuna possibilità viene tralasciata. Anche se il vero banco di prova sarà l’esito della perizia eseguita sulle forbici in sede di incidente probatorio. E torniamo a quei cinque millimetri di scalfittura della lama che, attraverso il metodo noto come «Tool Marks» (letteralmente, segni dell’attrezzo), dovrebbero accusare, o assolvere, l’ingegnere indagato. Per fare luce su questo aspetto cruciale è stato chiamato dall’America l’esperto dell’Fbi Carlo Rosati. Accanto a lui ci sarà l’ingegnere balistico Pietro Benedetti di Brescia.
I risultati definitivi della perizia dovrebbero arrivare per i primi di dicembre, ma già gli avvocati difensori hanno messo in discussione l’effettiva validità di un metodo, il «Tool Marks», appunto, che sarebbe troppo «giovane» e che non potrebbe essere utilizzato quale prova decisiva.
Accanto a questa contestazione preventiva, ce n’è un’altra relativa al misterioso cambio di colore della forbice da un verbale all’altro, con la successiva aggiunta del marchio. Schermaglie procedurali che il procuratore distrettuale Nicola Maria Pace si rifiuta di commentare: «Non vogliamo più interloquire su questa vicenda - ha tagliato corto - finché non arriveranno i risultati della perizia disposta dal gip».