Teste e cuori vuoti

Per fortuna ci sono ancora i pastori, e le pecore da portare al pascolo. È stato infatti un rappresentante di questa categoria arcaica, mai menzionata nelle analisi sullo stato della società italiana, ad evitare, con la sua segnalazione, che il Napoli-Pescara deragliasse rovinosamente. La causa? Una serie di materiali pesanti e non valicabili da nessuna motrice, accuratamente messi di traverso ai binari del treno da giovani, incensurati, di categorie socialmente più aggiornate: due studenti «di famiglie sane» (come hanno assicurato le forze dell’ordine), e un barista. E poiché i giovani, interrogati dai carabinieri, hanno dichiarato di aver avuto questa bella idea «per vedere cosa sarebbe successo», il Comandante del reparto, trovando la spiegazione «priva di motivazione logica», ne conclude che «si tratta di tentativo di emulazione». «Altrimenti un gesto tanto grave – continua - non si spiega».
Vediamo allora cosa invece spiega il «tentativo di emulazione», categoria psico-giudiziaria candidata a far capire come mai, qualche giorno dopo un masso gettato dall’autostrada, provocando morti e feriti, altri campioni cerchino dapprima di sistemare blocchi di varia stazza sulle rotaie, danneggiando un primo treno, e poi, visto che comunque quello non era deragliato, ci mettano una traversina di 60 chili, più altre bazzecole, in modo da andare sul sicuro. Togliamoci innanzitutto dalla testa che il «tentativo di emulazione» sia una misteriosa sindrome, un disturbo mentale che colpirebbe malcapitati ad esso predisposti, o condannativi dalla società malvagia. Niente di tutto questo. Alla base del «tentativo di emulazione» c’è solo il vuoto, di una, o più teste, rimaste finora paurosamente sprovviste di contenuti, di nozioni, di progetti, di immagini, di desideri. Un vuoto che viene provvisoriamente riempito dall’immagine da emulare: un sasso omicida gettato da un ponte sull’autostrada, un’aggressione sessuale, una violenza a qualcuno di più debole. L’«emulazione» può allora scattare, a due precise condizioni. La prima è che del gesto numero 1 ne parlino abbondantemente le tv, rendendolo un evento mediatico nazionale, e trasformando, di conseguenza, i suoi autori in provvisori protagonisti dello spettacolo mediatico. La seconda condizione è che il gesto contenga una dose consistente di violenza. E qui si manifesta il tremendo problema di intere generazioni che la parola aggressività non l’hanno mai pronunciata, da una parte perché troppo difficile per il loro povero vocabolario televisivo, dall’altra perché comunque politicamente scorretta, senza collocazione nelle loro immagini di bravi ragazzi, bravi baristi, bravi-niente. Non l’hanno mai pronunciata, la parola aggressività, ma di aggressività sono pieni fino agli occhi, proprio perché non sono stati educati a riconoscerla, affrontarla, farne qualcosa. Per esempio, a trasformarla in un esame ben superato, con grinta, uno sport in cui eccellere, un’idea in cui credere. Qualcosa, insomma che riempia quel vuoto tremendo, delle loro teste, e soprattutto dei loro cuori. Nessuno gliel’ha mai spiegato, che quell’aggressività che hanno dentro potrebbe diventare buoni voti, idee, fedi. E allora loro, quando qualcun altro gli dà lo start, attraverso i media, trasformano la loro aggressività vuota in disastri, sciagure, morti. Ma non chiamatela «emulazione», come se fosse qualcosa, come se avesse un senso. Emulazione è quella dell’artista, che vuole essere meglio del maestro, di cui ha studiato a fondo i talenti. Questo chiamatelo semplicemente: vuoto. Delle teste, e dei poveri cuori, cui quelle teste appartengono. Solo così, forse, gli autori di queste fatiche, stupide e criminali, si sentiranno meno grandiosi, meno improvvisamente «pieni». Ed «emuleranno» un po’ meno.
Claudio Risé
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