Il teste inciampa pure nei quesiti del pm

Il procuratore Gatto fa a pezzi tutte le risposte del pentito. Che meccanicamente ripete sempre le stesse frasi

nostro inviato a Torino

La star entra nell’aula, stipata di giornalisti, a passo spinto. Quasi sommerso dagli agenti che lo scortano. S’intravede il cappellino con visiera calcato sulla testa pelata, quella che gli ha fruttato il soprannome di ’u tignusu. «Innanzitutto buongiorno, intendo rispondere», dice una voce da dietro il paravento. L’udienza più attesa, quella che ha mandato in fibrillazione il mondo della politica, può cominciare. «Cosa nostra – precisa subito il pentito – è un’organizzazione terroristico-mafiosa. Dopo il ’92 ci siano spinti un po’ oltre, in un terreno che non ci appartiene». Pare l’antipasto di un’audizione memorabile. Non sarà così. Gaspare Spatuzza ripete diligentemente le tre o quattro frasi già messe in cornice dai giornali di tutto il mondo. Oltre, non si va. Nessuna approfondimento. Nessun retroscena. E men che meno un qualche guizzo personale, di prima mano, diretto. Lo Spatuzza politico è tutto nei frammenti delle conversazioni avute con Giuseppe Graviano. Diverso, naturalmente, è lo Spatuzza soldato, assassino, stragista, ma quello non interessa nell’aula del processo Dell’Utri, riaperto in extremis per ascoltare l’uomo d’onore di Brancaccio.
È il sostituto Procuratore generale Antonino Gatto a condurre la danza. Ma il rappresentante dell’accusa incespica sulle domande e sbriciola continuamente le risposte del pentito che a sua volta ripete meccanicamente le stesse frasi, come in un fumetto.
Per carità, confermare, conferma. Ma il tono, specie nel pomeriggio, è soporifero. Da siesta. Tutto ruota intorno all’incontro al bar Doney di Roma, pochi giorni prima dell’arresto del boss. Spatuzza va di fretta, tanto che lascia l’auto in doppia fila. Graviano, invece, non sa di essere arrivato al capolinea, anzi è convinto di aver vinto la sua battaglia. «Era euforico, come chi ha vinto al lotto o ha appena avuto un figlio». Cosa nostra ha piegato lo Stato, ha ottenuto quel che voleva, benefici per i carcerati e altri benefit, e allora il capo dei capi gli confida anche chi sono i referenti di quella trattativa con il lato oscuro delle istituzioni. «Graviano mi fece il nome di Berlusconi, quello del Canale 5 e del compaesano dell’Utri. Grazie alla serietà di queste persone ci avevano messo praticamente il Paese nelle mani».
Quel racconto senza se e senza ma sembra un meteorite caduto da chissà quale pianeta. Anche perché oltre la confidenza non c’è nulla. Solo deduzioni. Solo vaghi ragionamenti. Solo morti ammazzati di cui pure lui ha perso la contabilità: «Ho partecipato a sei o sette stragi».
L’avvocato Nino Mormino ironizza: «Altro che bomba atomica, Spatuzza è solo un petardo». Ci vorrebbe almeno un bacio, una fiction alla Andreotti. Ma nemmeno questa passa il convento dei pentiti. L’altro difensore, Alessandro Sammarco, invita il presidente della corte d’appello Claudio Dall’Acqua, ad ammonire «il teste, se così lo vogliamo chiamare, perché è un teste reticente». La muta dei legali prova ad azzannare Spatuzza, ma è un gioco che dura poco anche perché non ci sono riferimenti, riscontri, conti correnti, testimonianze di prima mano. Gatto manda più di una volta in confusione il teste, poi con tono dimesso introduce un tema enorme: i rapporti economici dei Graviano con la politica. E lui se la cava con una lezioncina di qualunquismo mafioso: «Berlusconi aveva aperto una Standa a Palermo, guardacaso a Brancaccio, e a Brancaccio comandano i Graviano». Insomma, non c’è nulla da spiegare e quando ci prova, Spatuzza viene fermato: «Lei – gli dice con tono sempre autorevole il presidente – non ci deve dare giudizi, ma deve raccontarci i fatti». E allora Spatuzza consegna ai giudici il santino nato al 41 bis, fra un incontro col cappellano del carcere di Ascoli Piceno e una confessione nelle mani del vescovo Giuseppe Molinari: «Il mio pentimento è la conclusione di un bellissimo percorso spirituale. Mi sono trovato ad un bivio: scegliere fra Dio e Mammona»: Che, per i profani, sarebbe Cosa nostra. Commovente. Meglio dell’Innominato. Meglio scomodare i Graviano. Giuseppe e Filippo, sepolti sotto una catasta di ergastoli. Venerdì toccherà a loro: i giudici li interrogheranno. O almeno ci proveranno. In videoconferenza.