Teste di marmo Quando il pensare è un’opera d’arte

Una mostra dedicata all’immagine dell’intellettuale nell’antichità

Gli intellettuali sono di due tipi: quelli con la barba e quelli senza barba. Lo sapevano già gli antichi, come testimonia la mostra che si è appena aperta al Colosseo di Roma: «Musa pensosa. L’immagine dell’intellettuale nell’antichità» (fino al 20 agosto). Sfogliate il catalogo, pubblicato da Electa, e vi troverete svariate figure di poeti e pensatori: alcuni con la barba e altri senza barba. Quelli con la barba venivano ritenuti più seri e profondi. Nonostante qualcuno, come l’arguto Luciano di Samosata, scrittore satirico di età romana, facesse notare con sarcasmo che «se i filosofi si misurassero dalla barba il primo posto spetterebbe alle capre».
Anche ai giorni nostri c’è chi probabilmente apparirebbe assai meno autorevole senza barba: chi darebbe ascolto a un Massimo Cacciari glabro? E, viceversa, c’è chi deve gran parte del suo fascino intellettuale a un visino levigato e fanciullesco: quanto successo avrebbe un Alessandro Baricco barbuto? La verità è che ogni epoca coltiva la sua immagine dell’intellettuale. E che, all’interno di ogni epoca, ci sono intellettuali diversi. Gli apocalittici e gli integrati, quelli che guardano all’assoluto e quelli che civettano con l’effimero, gli impegnati e i disimpegnati, quelli che vivono in sdegnosa solitudine e quelli che vanno in televisione. Ogni categoria ha la sua immagine: le gente se li figura in un certo modo, e loro si sforzano di assomigliare a quella immagine.
Il prototipo più diffuso, e quello forse più antico, è l’accigliato. Osservando i busti e le statue presentati nella mostra del Colosseo uno se ne rende conto subito: Omero, Esiodo, Solone, Eschilo, Sofocle, Euripide sono ritratti sempre secondo lo stesso modello. L’espressione meditativa, a volte torva, la barba sempre lunga. I capelli no: quelli in genere sono più corti e ben curati. Tranne Euripide, che ci viene mostrato con i capelli lunghi, ma forse perché lo si riteneva un intellettuale anticonformista.
Però qui si scivola già verso un’altra categoria di intellettuale, quella del contestatore. In tempi recenti ne abbiamo avuto un esempio nel tipo del sessantottino. Che, sia per scelta propria sia per definizione altrui, doveva essere sempre scarmigliato e capellone, e vestirsi in maniera anticonvenzionale e assai approssimativa per incarnare, anche fisicamente, il disprezzo delle convenzioni borghesi. Anche in questo caso il prototipo però è antico: Aristofane, poeta comico del V secolo avanti Cristo, ci offre un ritratto analogo degli intellettuali sofistici, rivoluzionari rispetto alla cultura e alle convenzioni dell’Atene di allora, mostrandoceli come una torma di zazzeruti sciamannati che, per di più, si lavavano poco.
Anche i gesti sono significativi. Uno dei più caratteristici è quello della mano posata sul mento, a indicare riflessione e pensosità. È una iconografia che trapassa dall’immagine delle Muse (così è raffigurata Polimnia nella statua-simbolo della mostra romana) a quelle dei loro protetti, e che poi diverrà stereotipa nel tipo del «pensatore». Anche oggi, del resto, la posa è fondamentale. Fateci caso: perché tutti i manager si fanno fotografare sempre con le braccia incrociate sul petto? Un sociologo o un iconologo, prima o poi, ce lo spiegheranno. Ma è evidente che, per qualche oscura ragione, se tieni le braccia lungo i fianchi sei un travet che non conta nulla.
Ma già nell’antichità, come ai giorni nostri, i modelli si moltiplicano e si divaricano. Se c’è chi resta fedele a oltranza alla barba, e lo fa magari per sbandierare il suo rigorismo e il suo tradizionalismo, come certi filosofi romani, c’è anche chi sceglie una linea più sbarazzina. Quando il poeta, per esempio, inizia a parlare più di storie d’amore e di corna che di grandi problemi etici e politici, la sua immagine cambia. Se il severo Eschilo era barbutissimo, Menandro, campione della commedia borghese ai tempi di Alessandro Magno, è invece il prototipo del nuovo intellettuale. Non solo sbarbato, ma in genere rappresentato come un bel giovane. Del resto, di lui si raccontava che amasse la bella vita e andasse in giro sempre circondato da una torma di ammiratori. Dovete pensare al look di un Vittorio Sgarbi, o a quello di un Baricco (se è lecito accostare due personalità tanto diverse). Entrambi, non a caso, assidui frequentatori del mezzo televisivo. Anche lo psicologo catodico Paolo Crepet, per esempio, una volta aveva la barba. Poi ha iniziato ad andare in tv e se l’è tagliata. Quando infine è diventato un’icona del piccolo schermo si è tolto pure i baffi.
E, se è lecito allargare a dismisura la categoria degli intellettuali fino a comprendere il suo contrario, pensate al modello giovanilistico del commentatore un po’ fighetto. Del resto, pure nell’antichità, come oggi, mica erano tutti filosofi e pensatori profondi. C’erano anche allora gli intellettuali prêt-à-porter, i quali non andavano in televisione solo perché la televisione non era stata ancora inventata. In compenso si esibivano nei teatri con declamazioni pubbliche in cui facevano mostra di eclettismo tuttologico ed erano acclamati come vere e proprie star. Dissertando magari su temi futili tipo l’elogio della mosca, perché ciò che contava davvero era lo spettacolo. E parte dello spettacolo era quello che oggi definiremmo il look: più bizzarro era e maggiore era l’audience. Uno dei più famosi conferenzieri dell’antica Roma era Favorino di Arelate (80-160 d.C.) del quale si dice che fosse un androgino, mezzo uomo e mezzo donna.
Da cui si ricava che anche la tendenza televisiva ad affidare commenti politici e di costume a un transessuale vanta una sua nobile e antica tradizione.