Dal teste Omega al caso Fininvest: così è crollato il teorema dei pm

A dare il via alla stagione dei veleni furono le dichiarazioni di "Lady" Ariosto. Ma a poco a poco il
Cavaliere si trasforma
in un recordman
delle vittorie in aula

da Milano

Era l’estate ’95. Antonio Di Pietro, terremotati i palazzi della politica, aveva lasciato la magistratura da qualche mese nella costernazione generale. Silvio Berlusconi, azzoppato dall’avviso di garanzia recapitato in edicola dal Corriere della Sera, aveva lasciato con rabbia Palazzo Chigi. Il Pool Mani pulite era ormai una foto ricordo, il manipulitismo, rappresentato come un’icona da Ilda Boccassini, muoveva i primi passi. Il cortocircuito fra politica e giustizia era ormai entrato nel Dna della società italiana.
DEPONE L’ARIOSTO
È in quel contesto che Stefania Ariosto, la contessa del giustizialismo all’italiana, entra in scena con la sua avvenenza e compone un lungo racconto sul Palazzo. C’è Cesare Previti e c’è il capo dei gip di Roma Renato Squillante, ci sono i pacchi di banconote scambiati a casa Previti con una disinvoltura da film western e le buste colme di denaro dimenticate nella toilette di un circolo sportivo romano - «A Rena’ te sta a scorda’ a’ busta», avrebbe gridato, secondo la nobildonna, uno sbigottito Previti all’amico distratto -. Dietro, neanche tanto nell’ombra, c’è Silvio Berlusconi, l’uomo nuovo della politica italiana, la sagoma più bersagliata dai giudici di mezza Italia.
Dopo la spallata data da Di Pietro nel ’94 scoperchiando le mazzette pagate alla Guardia di finanza, è l’Ariosto, alias teste Omega, nome che sembra preso in prestito dai romanzi Urania, a descrivere gli incredibili capitoli del malaffare coltivato nell’entourage berlusconiano. Dalle sue dichiarazioni, fluviali come i romanzi russi, nascono non uno ma tre processi: l’Imi-Sir, il Lodo Mondadori e la Sme. Silvio Berlusconi viene risucchiato nel secondo e nel terzo. Le accuse sono vere o false? Nell’Italia degli anni Novanta, scandagliata da dietrologi ed esperti di ogni tipo, quel che conta è la verosimiglianza. E con un po’ di spago mediatico e qualche verbalata suggestiva si può legare di tutto. Soprattutto, con la verosimiglianza si può pilotare il sistema politico italiano che comincia a ragionare in termini di centrodestra e centrosinistra.
LE ELEZIONI DEL 1996
La consacrazione dell’Ariosto e l’arresto di Squillante alla vigilia delle elezioni del ’96 hanno un forte, forse decisivo impatto sull’opinione pubblica e spostano il barometro dell’umore popolare verso Prodi.
In realtà nell’Italia dei processi componibili, proprio come le cucine, le accuse sono tanto vaghe quanto intercambiabili: date, cifre e nomi vengono accatastati un po’ alla rinfusa, gli svarioni dell’accusa sono pari almeno alle furiose repliche delle difese. Le indagini ingialliscono in processi, ma più che processi sono mischie. Polveroni da una parte e dall’altra, tatticismi esasperati, polemiche a non finire e la clessidra del tempo che si porta via tutto. Sorpresa numero uno: il processo «madre», quello per la corruzione delle Fiamme gialle, finisce in nulla; sorpresa numero due, Silvio Berlusconi viene prosciolto, con formule diverse, dai diversi giudici del Lodo. Sorpresa numero tre, il Cavaliere comincia a convivere con i capi d’accusa più roboanti e soprattutto l’opinione pubblica inizia a stufarsi delle presunte rivelazioni che alla fine non svelano mai nulla, sia che si parli di mazzette ai giudici sia che si evochino gli evocatissimi rapporti con Cosa nostra sia che, è successo anche questo, si accenni addirittura alle bombe e alle stragi del biennio ’92-93.
BUFERA SULLA FININVEST
Il processo Sme inizia nel 2000, ma è un dibattimento a dir poco farraginoso: si discute la mancata vendita della Sme dall’Iri di Romano Prodi al gruppo Cir di Carlo De Benedetti nel lontano 1985. Berlusconi, attraverso i suoi emissari, contrastò e infine sabotò quell’operazione industriale? In extremis, il pm Paolo Ielo scova un bonifico più che sospetto da 434mila dollari, transitati dai conti di Previti a quelli di Squillante, costruisce un nuovo capo d’imputazione, il quarto per il Cavaliere, certamente il più suggestivo. Certamente il più dibattuto, perché sarebbe, secondo l’accusa, la prova provata che la Fininvest era, fra le altre cose, anche una fabbrica della corruzione e aveva almeno un magistrato, appunto Squillante, a libro paga.
Nel 2004 Berlusconi viene assolto da tre delle quattro accuse, ma per il bonifico, che non c’entra nulla con la Sme e con la storia principale e non si sa nemmeno se e a cosa sia agganciabile visto che è del 1991 e di un momento in cui non ci sono verdetti pro Fininvest sospettabili, scatta la prescrizione.
LE ASSOLUZIONI
Per l’Italia giustizialista, ormai sul punto di essere squalificata per eccesso di false partenze, è una mezza vittoria. Poca cosa, ma altro dopo un decennio di rastrellamenti non c’è. Piano piano il Cavaliere si trasforma in un recordman delle vittorie in aula: Medusa, Macherio, All Iberian, in un modo o nell’altro i titoloni si sgonfiano. Ma dall’emergenza infinita nascono sempre nuove ipotesi delittuose: scende il sipario su un dibattimento, se ne alza un altro come a teatro.
Diversa è la sorte per gli altri coimputati eccellenti: fra Imi-Sir e Lodo Mondadori, Previti, Squillante, il giudice Vittorio Metta, un paio di avvocati vengono condannati. Con sentenze definitive che gli accusati respingono con sdegno, proclamando ancora oggi la propria innocenza.
Per Sme, invece, la fine è davvero ingloriosa e testimonia lo stato drammatico della giustizia italiana: dodici anni dopo, Berlusconi viene assolto su tutta la linea, senza nemmeno la macchia della prescrizione. Prima in appello, ora in Cassazione. Dodici anni sono troppi per il cittadino qualunque, anche per chi è stato ed ha ancora l’ambizione di essere il premier del Paese. Per gli altri, invece la Cassazione sconfessa la magistratura di rito ambrosiano e manda le carte a Perugia per un vizio di competenza; al pm, perché riformuli la richiesta di rinvio a giudizio, ormai materiale buono per l’archeologia giudiziaria. E così uno dei procedimenti più ambiziosi è finito all’italiana: in un pasticcio.