Testimone per caso dal bunker del Führer all’arresto del Duce

Vita di Aimone Canape, aspirante cameriere che si trovò sempre al centro della Storia. In Il ragazzo del lago di Foa la straordinaria vicenda di un outsider. Protetto di una duchessa tedesca, divenne in seguito partigiano

Dice Aimone Canape che si trattava di un semplice tronco d’albero: «Un palo, solo un palo di ciliegio, grezzo e sbilenco, bloccava la strada appena fuori Musso». Eppure fu quel banale intoppo - un tronco posto di traverso che un’auto in corsa avrebbe potuto facilmente travolgere - a decidere gli ultimi giorni di Mussolini. Il famoso posto di blocco che fermò l’autocolonna tedesca con la quale viaggiava il capo della Rsi il 27 aprile 1945 era tutt’altro che un ostacolo insuperabile. Ma se ne stava lì, come un segno muto del destino che incombeva. Aimone Canape ha anche conservato una fotografia, scattata in quei giorni, dove si vede la strada stretta e tortuosa che percorrendo la riva occidentale del Lago di Como congiunge il paese di Musso a quello di Dongo. E si vede il tronco d’albero, appoggiato da un lato a un muretto.

A quell’epoca Aimone Canape, nato a Dongo nel luglio del 1922, non aveva ancora compiuto 23 anni. Oggi è forse l’unico testimone ancora in vita di quelle ore violente e confuse, l’unico rimasto fra coloro che videro in faccia Mussolini nel penultimo giorno della sua esistenza. Lo vide per l’ultima volta alle 18,30 dello stesso giorno mentre saliva su un’auto di piccola cilindrata accompagnato da Pier Luigi Bellini delle Stelle (il comandante partigiano «Pedro») per essere condotto alla caserma della guardia di finanza di Germasino. Aimone seguiva a bordo di una seconda vettura, con altri partigiani.

Prima di quel drammatico appuntamento sul lago, la vita del giovane Aimone, figlio di una decorosa famiglia di commercianti, inizia con una modesta infanzia a Dongo e sfocia in Germania tra grandi alberghi e residenze principesche, in uno scenario da romanzo rosa anni Trenta, a metà fra Liala e Luciana Peverelli, dove non mancano agnizioni, colpi di scena e amori fatali.

Come questo accadde e quale fu il passaggio dalla vecchia casa natale all’alta società berlinese che flirtava con il nazismo, lo ha raccontato lo stesso Aimone, che oggi sfiora gli 88 anni, a Marcello Foa, inviato speciale del Giornale, in una lunga serie di incontri nella bella villa dove abita sopra Dongo. È nato così il libro che non poteva che intitolarsi Il ragazzo del lago (Piemme, pagg. 358, euro 17,50, in libreria da domani).

Il destino si presenta ad Aimone la notte di San Silvestro del 1938. Siamo ad Oberhof, in Turingia, e la neve cade sul castello dei principi Watzesky, trasformato in albergo di lusso, dove il sedicenne Canape è appena arrivato, raccomandato dal console italiano di Lipsia per iniziare la sognata carriera di maître d’hotel. È spaesato, non spiccica una parola di tedesco. Ed ecco il coup de théâtre: una bella dama in lungo abito da sera scende la scala che porta al salone da ballo, scorge il ragazzino bruno dall’aspetto inequivocabilmente italiano, lo fissa, impallidisce, traballa, si aggrappa alla ringhiera e sviene. Ohibò.
Da un piccolo malore può nascere una grande fortuna: la duchessa Elli Steinlich ha creduto di riconoscere in Aimone il proprio figlio Rudolf, avuto da un nobile siciliano e morto quando aveva proprio l’età del ragazzo di Dongo. E per quella straordinaria somiglianza farà da madre ad Aimone, lo condurrà con sé a Berlino provvedendolo di sontuosa suite, insegnanti di tedesco, di equitazione e di tennis, di abiti sportivi e di abiti da società. Non manca nulla, neppure la bellissima Irma, il grande amore tedesco che rimpiazza l’amore italiano lasciato sul lago.

Ma c’è sempre il solito destino, immancabile come gli accordi che aprono la Quinta di Beethoven. Questa volta il destino si chiama guerra. Se non fosse scoppiata la guerra, il ragazzo di Dongo sarebbe probabilmente rimasto in Germania, sarebbe magari diventato direttore del prestigiosissimo Hotel Kaiserhof, dove era andato a lavorare perché non voleva dipendere dalla duchessa. Invece deve rientrare in Italia per andare sotto le armi, ma prima di partire fa in tempo a conoscere di persona Hitler, incontrato - lui racconta - nei sotterranei del Kaiserhof dove il Führer aveva il suo primo bunker. Rifugiandosi nei sotterranei durante il primo bombardamento inglese di Berlino nel 1940, il ragazzo infila il corridoio sbagliato e finisce in bocca a due SS che lo abbrancano, proprio mentre arriva il grande capo. Gentilissimo, addirittura soave, Hitler gli domanda chi è, come si chiama eccetera, lo congeda paternamente e il giorno dopo gli fa pure recapitare un libro in regalo. Un vero signore.

In Italia Aimone scampa al fronte slavo per via di un fratello caduto e dopo l’8 settembre si ritrova informatore dei partigiani, incappa nei tedeschi, viene arrestato e torturato. Vogliono spedirlo a Mauthausen e ci riuscirebbero se non fosse per il solito destino premuroso che al comando tedesco di Como gli fa incontrare addirittura Albert Kesselring, comandante supremo della Wehrmacht in Italia. Il feldmaresciallo entra per caso nella stanza dove sono i prigionieri, si informa sulle colpe di Canape, gli dicono che è un fiancheggiatore dei ribelli. Intanto Aimone scruta il volto di Kesselring: dove l’ha già visto? Ma sì, a casa di Elli Steinlich, durante un ricevimento, si ricorda, Herr General? Kesselring si ricorda, il perfetto tedesco di Aimone lo commuove, ordina che venga rilasciato, danke, bitte, porterò i suoi saluti a Elli.

Al secondo arresto, Kesselring non c’è e ad Aimone non vengono risparmiati pesanti interrogatori con sevizie varie. Questa volta l’uomo della provvidenza è il vescovo di Como, buon amico del cardinale Schuster, che riesce a ottenere il rilascio di un congruo numero di detenuti dalle carceri di San Donnino.

Una volta libero, Aimone riprende i contatti con i partigiani dell’Alto Lario, ma siamo ormai all’epilogo: è il 26 aprile e la famosa autocolonna tedesca è ferma davanti al tronco di ciliegio. Su richiesta di un partigiano, sarà Aimone a fare da interprete fra il comando partigiano e il comandante tedesco, dopo aver schivato una mitragliata del furibondo Pavolini. Non sarà lui a scoprire Mussolini nel camion, ma ascolterà il racconto di due compagni: il Duce non era seduto sulla panca del camion, ma era carponi sul fondo del mezzo, con un soldato tedesco seduto sopra di lui per nasconderlo. Scomodissimo.

Umano e civile (è l’insegnamento di sua madre Evelina), Aimone si adopera perché ai prigionieri fascisti non venga fatto del male, nasconde la moglie incinta del ministro fascista Fernando Mezzasoma, salva Zita Ritossa, compagna di Marcello Petacci, dalle brame di un veterinario che tenta di violentarla. Si indigna davanti alle fucilazioni ordinate dal «colonnello Valerio».

Marcello Foa ha scelto di seguire il filo della memoria di Aimone Canepa senza appesantire il racconto con riferimenti bibliografici, con citazioni di fonti, note e riscontri storici. Il libro si legge dunque come un affascinante romanzo, fra grandi eventi e piccoli fatti. Scorre la vita di un uomo che si è ritrovato a vivere in uno di quegli snodi cruciali della storia che, se se ti lasciano in vita, ti forniscono anche di ricordi formidabili. E ti inducono a riflettere sulla imperscrutabile casualità che guida la tua esistenza. Sempre che non si voglia far riferimento a quei famosi accordi della Quinta.