Il testimone della svolta: "L’assassino somiglia al mio vicino di casa"

Mario Frigerio, sopravvissuto alla strage, aveva visto l’aggressore. La suocera dell’accusato: «È un esaltato, se è stato lui non lo perdonerò»

Erba - Stanno togliendo in fretta le luci delle feste. Quasi di nascosto. È come se non l'avessero mai voluta illuminare questa città. Da quando, quella sera dell'11 dicembre, la sera della mattanza di via Diaz, Erba sembrava precipitata nel buio più angosciante. E adesso che, un mese dopo quella strage, un uomo e una donna, marito e moglie, vicini di casa di una casa qualsiasi, sono stati portati in carcere a Como, a fare i conti con accuse pesantissime, in piazza del Mercato, a due passi dalla casa dell'orrore, i «si sapeva» e i «c'era da aspettarselo» si sprecano. Come si sprecavano un mese fa, nelle ore immediatamente successive all'agghiacciante scoperta di quei quattro cadaveri sgozzati, tra cui quel corpicino che avrebbe dovuto muovere a pietà anche l'istinto più folle, Youssef, il bimbetto di tre anni, nato dalla relazione di Raffaella con Azouz Marzouk. Solo che allora, un mese fa, i «si sapeva» e «i c'era d'aspettarselo» furono subito riservati a quell'immigrato tunisino appena uscito dal carcere per una storia di droga.
Per molti, se non per tutti, soltanto «un manesco», uno che aveva rovinato la vita di Raffaella e della sua famiglia, la nota e stimata famiglia Castagna. Sì perché Raffaella, la «ribelle», sempre pronta a tendere la mano ai disadattati e ai tipi un po'sgangherati, si era invaghita tre anni prima di quel tunisino col quale aveva deciso di andare a convivere nella casa di ringhiera della zona di piazza Mercato. Una decisione che non aveva fatto un gran piacere a sua madre Paola, altra vittima incolpevole della strage, e ancora più a suo padre Carlo, storico imprenditore del mobile brianzolo. Un uomo generoso, apprezzato anche per il suo impegno nelle attività parrocchiali della Chiesa di Santa Maria Nascente.
Ma Azouz Marzouk viene subito escluso, scagionato da Carlo Castagna che, ai giornalisti svela che il genero era in Tunisia al momento della strage. Così le certezze della gente di Erba cominciano a sgretolarsi davanti a quella finestra annerita dalle fiamme, appiccate dall'omicida, in quella sera di lucida follia, al secondo piano della cascina gialla di via Diaz. Una sera di lucida follia che falcia anche la vita di una vicina di casa, Valeria Cherubini, accorsa in aiuto, e spedisce all'ospedale suo marito Mario Frigerio. Il testimone-chiave che, aggrappato ad un filo di vita per giorni e giorni, lentamente si riprende e traccia una prima descrizione dell'uomo che potrebbe aver compiuto la strage: «Somiglia al mio vicino di casa, Olindo». Poi lo avrebbe riconosciuto anche da una foto mostratagli dai carabinieri.
Le parole di odio, che avevano lacerato per anni due famiglie, si stemperano nell'abbraccio di papà Carlo al genero e ai consuoceri giunti dalla Tunisia: «Siamo due famiglie colpite da uno stesso dolore. Ma abbiamo raggiunto la pace perché, anche se abbiamo due religioni differenti, abbiamo uno stesso Dio in comune. Non so se mia figlia avesse scelto di diventare musulmana. Ma Raffaella con Azouz e loro figlio avevano già deciso di trasferirsi a Zaghouan. Perciò, quando i loro corpi ci verranno restituiti, il loro funerale si farà in Tunisia e io vi assisterò. Sono sicuro che se Raffaella fosse qui mi direbbe: papà voglio essere seppellita in Tunisia».
Svanisce nel nulla la pista di una vedetta contro Azouz per uno sgarro ordito da nemici giurati, così come appare flebile quella di uno dei tanti disadattati, seguiti da Raffaella, che avrebbe agito in preda ad un raptus. «Vedrete, il movente vi stupirà», sibilava nei giorni scorsi l'avvocato Pietro Bassi, il legale di Azouz che avrebbe dovuto assistere la coppia due giorni dopo la strage, davanti al giudice pace nella causa intentata contro Olindo Romano e Rosa Bazzi per i frequenti litigi. Perfino la signora Lisa, mamma di Rosa Bazzi e suocera di Olindo, si arrende: «Se Olindo ha fatto quello di cui l’accusano è un disgraziato. È stato sempre un esaltato. Non lo perdonerò mai. E neppure mia figlia, che non entra in casa mia da cinque anni. Ho stracciato tutte le loro foto».
Adesso è disorientata la gente di Erba. Persone che fino a ieri hanno deposto lettere di affetto e orsetti di peluche per il piccolo Youssef. Tornano in mente le parole, pronunciate da Azouz l'indomani del massacro. «Resterò in Italia finché non avrò visto in faccia gli assassini della mia famiglia, finché non saprò la verità su quello che è successo». Già, la verità. Stanno togliendo in fretta le luci delle feste, qui a Erba. Ma da ieri, forse, c'è meno buio.