La testimonianza: "Addio al bimbo in 900 secondi"

"Pochi minuti, nessuna visita e dico addio al mio bambino. I consultori dovrebbero fare di tutto per convincere le donne a desistere, invece prevale la fretta"

Stefania Antonetti

Dieci minuti, anche cinque per l'esattezza. Se incontro il medico zelante ce la faccio comunque in 900 secondi esatti. Accidenti, come è facile abortire. E pazienza se la legge dice che in un consultorio dovrebbero fare qualsiasi cosa per scoraggiarmi.

Dovrebbero farmi visite, sedute con lo psicologo, darmi assistenza, promettermi anche aiuti. Invece no, basta una telefonata, e nel peggiore dei casi una visita ginecologica, poi il lasciapassare per uccidere il figlio che ho in grembo a Genova me lo rilasciano senza problemi.

Non solo non ho mai pensato all'aborto, ma un figlio non lo aspetto nemmeno. Al consultorio però faccio finta di essere incinta, vantando anche un certificato medico. Ecco come sono arrivata all'ingresso della sala operatoria in quattro mosse, in quattro tentativi in altrettanti consultori della mia città. In una due-giorni in giro per consultori, ne ho viste davvero tante. E più che vedere, ne ho sentite anche tante. Si parte dal centro.

Primo consultorio, ore 8.30. Presentarsi di buon mattino e sentirsi dire - per altro abbastanza sbrigativamente - che è necessaria per il rilascio del certificato di aborto la visita del medico nella struttura, senza la quale non si può prendere nessun appuntamento negli ospedali cittadini per abortire, è assai riduttivo. E abbastanza avvilente. Secondo appuntamento. Ore 11. Consultorio poco distante dal primo. Stesse modalità, stessa tecnica: «Se non si fa visitare, signora, noi non possiamo rilasciare nessun certificato che la autorizzi ad andare in ospedale. C'è poco tempo da pensare signora», ribadiva il medico incontrato. Questa sembra essere stata l'unica grande preoccupazione, farmi abortire in tempo. Probabilmente sì, se l'attenzione è tutta concentrata sul mio rifiuto a farmi visitare. Terzo appuntamento in altra delegazione. Ma almeno questo non mi butta giù dal letto.

È primo pomeriggio. Aspetto fuori in un ingresso già di suo angosciante e fatiscente. Alcune immagini alle pareti di bambini che giocano mi faranno presto dimenticare che proprio lì, in quel consultorio, c'è un medico talmente attento alle mie esigenze e alle mie preoccupazioni materne future che nell'arco di pochi minuti mi saluta con tanto di certificato in mano. Ma non è il mio che mi restituisce: è il suo. Ovvero il certificato di aborto. Peccato però che lo «scrupoloso» medico mi abbia consegnato il tutto senza neanche preoccuparsi di chiedermi se volevo o meno essere visitata. Sulla base insomma di un test fatto. Perché altre domande, proprio non ci sono state. Quindi se qualcuno auspica che l'aborto non sia l'unica strada che ha di fronte una madre disperata, può cominciare a dubitare. E se quel qualcuno pensa anche che non si deve andare in un consultorio solo per sapere come abortire, ma anche per capire cosa si può fare per evitare l'aborto, dubiti ancora. Perché ciò che manca, sempre, in qualsiasi struttura e non solo in quella che rilascia il certificato «a vista», è il supporto psicologico atto a garantire e a diffondere «valide alternative all'interruzione volontaria della gravidanza».

Eppure persino la tanto discussa legge 194 che stabilisce le norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza, è chiara. Persino il legislatore che ha «permesso» l'aborto, lo indica come l'ultima soluzione. Ma nella realtà è diverso. È vero che nessuna donna (me compresa) viene costretta a presentarsi in un consultorio chiedendo di abortire, ma è altrettanto vero che nessuna donna (sempre me compresa), può contare su un aiuto per capire quali possano essere le alternative alla sua/mia decisione. Perché la paura in questi momenti è lecita, la solitudine no.

Pochi, pochissimi i segnali di conforto psicologici, e molta invece la fretta. Una fretta e una semplificazione direttamente constatabile anche in un ospedale della città (il mio quarto tentativo), dove le informazioni mi sono state date davanti all'ingresso, esattamente in corridoio, vista muro. Alla faccia della riservatezza. Di un aborto che non dovevo fare, mi resta sulla scrivania un certificato di aborto. Che non adopererò mai.