La testimonianza: parola di deputato

Mentre domenica sera a Viareggio vedevo montare la collera del pubblico che era venuto alla presentazione di un mio libro mi è tornata alla mente la celebre frase «in mancanza di pane, perché non mangiano le brioches?» assolutamente falsa e attribuita alla povera Maria Antonietta, regina destinata al patibolo. La gente era infuriata: io davanti a loro rappresentavo in carne e ossa i privilegi (per lo più presunti) del parlamentare e simboleggiavo l’ottusa resistenza della casta aristocratica che tenta di difendersi dalle accuse con argomenti razionali, logici, storici, e non vede che i carpentieri stanno già montando la macchina che, come scriveva il Giusti, «fa la festa a centomila, messi in fila». E mi è tonata alla mente una strofa che cantava Paolo Poli in un antico spettacolo, Il Diavolo e che diceva: «Ghigliottina, medicina sopraffina: malvagità, tirannide e viltà, in un colpo fa cadere in un paniere». Brioche di Maria Antonietta ed elogio della decapitazione mi sono tornate in mente man mano che vedevo come ogni richiamo alla ragione e ai fatti nella loro storicità oggi è totalmente inutile perché si è generata una ferita profondissima e quella ferita sta generando un umore pre-insurrezionale. E molti segnali lasciano ben vedere che con quel lievito pre-insurrezionale, emotivo e di massa, si sta cucinando una strategia politica extraparlamentare molto subdola e pericolosa.

Vale la pena ricordare che in una democrazia parlamentare viva e vegeta come la nostra (e che lo sia lo dimostrano proprio i recenti risultati delle amministrative e dei referendum) un governo può cadere esclusivamente per verdetto degli elettori o per il verdetto del Parlamento chiamato ad esprimere sfiducia all’esecutivo. Chi scrive ricorda lealmente di aver tentato di far cadere questo governo votandone la sfiducia il 14 dicembre scorso, per poi constatare che non esiste uno straccio di maggioranza alternativa. Non c’è nelle Camere e neanche nel Paese, dove non esiste del resto una nuova leadership politica. Questo è il motivo per cui riterrei una sciagura il ricorso alle elezioni anticipate e questo è il motivo per cui ritengo che il governo confortato dalla maggioranza del Parlamento debba governare per affrontare la più micidiale crisi economica che si sia abbattuta sull’Europa e sull’Italia.

Per questo mi ha fatto una certa impressione leggere il fondo di Eugenio Scalfari di domenica su Repubblica, perché con quel fondo sembra dettare la nuova linea della spallata, sostenendo che, votata la manovra economica, il governo debba andarsene per pagare la cambiale alle opposizioni che hanno ascoltato Napolitano non ostacolando l’approvazione della manovra. E poiché si dà per scontato che non voglia andarsene con le buone, suggerisce di farlo sloggiare con le cattive. Come? Con una manovra a tenaglia formata dall’opposizione parlamentare che, riconosce, «da sola non basta» unita a quella della piazza, sostenuta dalle «istituzioni», alludendo al Quirinale. Lo dice così: «Per uscire dallo stallo è necessario un più vasto concorso di popolo e di istituzioni, ciascuna nell’ambito della propria competenza». E, entrando nel dettaglio, elenca i soggetti: «La classe dirigente, le forze sociali, la società civile sono chiamate a dare un fondamentale contributo». Poi, concludendo con un riferimento sdegnato al testamento biologico, avverte: «La libera stampa parteciperà a questa mobilitazione. Noi di Repubblica certamente ci saremo».

È così spiegata la strategia e la tattica: la strategia è far cadere il governo con strumenti extraparlamentari e la tattica è quella di soffiare sul fuoco dell’unico vero soggetto di massa oggi disponibile, che è quella «società civile», ieri popolo dei fax e oggi del web, che esprime la sua «indignazione» sulla scia dell’Indignez-vous di Stéphane Hessel che ha scosso la Francia e cui ha risposto con maggiore saggezza un grande vecchio ed eretico della sinistra italiana, Pietro Ingrao con il suo «indignarsi non basta».

L’indignazione è una categoria etica, non politica ed è anche uno strumento spesso drogato. Ma è all’indignazione che la politica oggi deve rispondere se si vuole evitare la catastrofe sociale, quella su cui conta chi pensa di usarla per aggirare le regole della democrazia.
Oggi l’indignazione dilaga e non senza ragione: il ticket sanitario di dieci euro per qualsiasi disgraziato costretto a ricorrere al pronto soccorso indigna se messo al confronto con il rimborso totale che ricevo io parlamentare quando presento le ricevute di visite e terapie. Né importa ad alcuno se in realtà verso mensilmente una barca di soldi per pagarmi quel «privilegio» perché quel che conta è l’aspetto emotivo, cioè l’indignazione.
E che la gente sia più infuriata che indignata, non c’è dubbio, a destra non meno che a sinistra. E usare le sottigliezze della verità, è tempo perso: occorre invece dare risposte visibili, forti e immediate per dimostrare che chi fa le leggi non è un privilegiato rispetto a chi è chiamato ad obbedire alle leggi.

E allora che fare? Io credo che occorra tagliare brutalmente questo famoso vitalizio ai parlamentari che fu voluto dal vecchio Pci per mettere a carico dello Stato i suoi alti funzionari dopo un paio di legislature e poi ricondurre gli stipendi dei parlamentari alla media europea e mandare se necessario tutti in bicicletta. Questa indignazione per le auto blu (sia ben chiaro: i parlamentari non hanno auto blu, ma soltanto i membri del governo) deve essere saziata e occorre dare segnali di profondo rispetto per i milioni di cittadini colpiti dalla manovra economica.

Inoltre il governo deve capire che la polpetta avvelenata è pronta, che cortei e grandi atti di protesta si stanno per scatenare subito dopo la fine della calura e che il loro scopo è quello di far cadere l’esecutivo a furor di popolo contando, non si sa con quanta ragione, sulla neutralità operosa del Capo dello Stato. È l’ora insomma in cui i forni dei panettieri si mettano a lavorare ventiquattro ore al giorno per produrre brioches e non rancide pagnotte: le brioches del nostro tempo sono i gesti forti, i segnali chiari, le concessioni aperte al senso di giustizia violata che la maggior parte dei cittadini avverte, non importa quanto alimentato da campagne ipocrite e col pelo sullo stomaco.

Il punto è: se si chiedono sacrifici a chi non ha soldi, coloro che sono ritenuti privilegiati devono pagare un alto e visibile pedaggio. Non farlo significherebbe non soltanto suicidarsi, ma essere condannati alla damnatio memoriae, all’esecrazione del ricordo e al disonore.