Testimonianze dall’Italia «marocchinata»

Per questo Il corpo di spedizione francese in Italia 1943-1944 (Mursia, pagg. 256, euro 19), Fabrizio Carloni sarà da più d’uno iscritto all’elenco dei revisionisti, vil razza dannata. Il libro si propone infatti di raccontare i fatti e i misfatti dei soldati maghrebini - appartenenti al corpo di spedizione francese del generale Alphonse Juin - che parteciparono alla campagna d’Italia nella seconda guerra mondiale: e che, essendosi in combattimento distinti per il loro coraggio, si distinsero purtroppo anche per gli stupri, le ruberie, la violenza, la ferocia. Quei marocchini - non lo erano tutti, ma del Corpo di spedizione costituivano il nerbo - lasciarono una scia di tragedie e di odi. Le «marocchinate» - come La ciociara del racconto di Moravia da cui venne tratto un film con Sofia Loren protagonista e Vittorio De Sica regista - furono vittime di comportamenti bestiali d’una truppa mal controllata e a volte lasciata libera di sfogare i propri istinti peggiori.
Alla rievocazione di queste vicende - tra le più dolorose e umilianti della vita nazionale - storici e divulgatori si sono dedicati poco, e di malavoglia. Le sorti delle «marocchinate» furono ritenute politicamente poco corrette. Così accadde a lungo anche per le mattanze di fascisti o presunti tali dopo il 25 aprile 1945 o per gli eccidi di prigionieri italiani disarmati di cui furono responsabili reparti statunitensi dopo lo sbarco in Sicilia del luglio 1943. La convenzione storica consolidata e in buona sostanza accettata ed avallata dalle Alte Autorità vuole che il ruolo dei cattivi spetti sempre e comunque, quando si ripercorre quel tempo, ai tedeschi. Loro i fucilatori, loro i massacratori, loro i violenti. E noi, gli italiani, dalla parte dei buoni e perfino, pensate un po’, dalla parte dei vincitori.
Le atrocità tedesche furono spaventose. Giusto rammentarle e condannarle incessantemente, in cerimonie solenni. Ma un qualche briciolo di memoria potrebbe essere dedicato anche ai morti e alle sofferenze da attribuire a chi si fregiava dell’etichetta di liberatore - e nessuno nega che gli angloamericani abbiano portato la democrazia - ma agiva all’occorrenza da oppressore e da giustiziere: e associava alla sua avanzata i terribili goumiers, ossia appartenenti a un goum («Goum - spiega Carloni - è la traslitterazione fonetica francese del termine arabo qum che indica una banda o uno squadrone: il goum era in genere basato sul villaggio o su un gruppo di villaggi e di famiglie. Il goumier era un irregolare marocchino di razza berbera, nativo delle montagne dell’Atlante»).
Il volume di Carloni è estremamente circostanziato e documentato. Gli episodi che attestano le nefandezze compiute da marocchini, algerini, senegalesi sono agghiaccianti. Si capisce che in alcuni casi la popolazione martoriata rimpiangesse la presenza della Wehrmacht di Kesselring. Il presidente del Consiglio italiano Ivanoe Bonomi, pur nel tono sommesso che ai vinti era prescritto, così scrisse il 10 luglio 1944 all’ammiraglio Ellery Stone, presidente della commissione alleata di controllo: «Già precedentemente questo governo ha segnalato... le malefatte commesse dalle truppe marocchine e ha avuto affidamento che sarebbe stato fatto il possibile, dando anche i dovuti esempi, per evitarle. Purtroppo le violenze però continuano. Dal 2 al 5 giugno nel territorio della provincia di Frosinone le truppe francesi marocchine hanno consumato 396 violenze carnali, 13 omicidi, 250 rapine, 303 furti». I comandi francesi a volte intervennero, anche condannando a morte e giustiziando alcuni colpevoli delle peggiori nequizie. Ma in generale si cercò di glissare. L’Italia del «colpo di pugnale» alla Francia agonizzante del 1940 non meritava, in fin dei conti, troppi riguardi.