Con il Testo unico di Marrazzo molti privati rischiano di chiudere

Antonella Aldrighetti

Il «collante» che tiene unita la giunta Marrazzo dà segni di cedimento. E le prime crepe si manifestano proprio sulla politica sanitaria. Già perché è proprio la sanità a creare i dissidi più aspri tra i partiti che detengono la fetta maggioritaria del potere, Margherita e Ds, e il governatore Piero Marrazzo. Ed è quest’ultimo che ieri, a «margine di un incontro» - organizzato invitando la stampa nel parcheggio della Pisana dopo che i giornalisti avevano atteso invano per due ore l’inizio di una conferenza stampa convenzionale - s’è preso da solo, la briga di annunciare le linee guida di quello che sarà di qui a tre anni il volto delle strutture sanitarie pubbliche e private. Rivedute e corrette secondo le regole definitive dei requisiti minimi per l’accreditamento. Un atto puntuale approvato dalla giunta di sinistra due giorni fa a notte tarda che però, non ha ricevuto il trattamento di riguardo che avrebbe meritato. Infatti a spiegarlo, tra il serio e il faceto, non è stato colui che detiene la delega alla sanità, ma un addetto stampa della giunta. L’assessore Augusto Battaglia è stato, dunque, il grande assente. In pratica la delibera riguarda l’intero comparto sanitario della Regione, dagli ospedali all’emergenza, dalla riabilitazione agli hospice, dalle Rsa ai servizi farmaceutici, agli ambulatori, ai centri di salute mentale, agli studi odontoiatrici e a quelli di medicina estetica, ai servizi per le persone non autosufficienti, ai tossicodipendenti fino all’assistenza domiciliare ai disabili e alle persone affetta da Hiv, dettando requisiti minimi per l’esercizio (dalla metratura dei locali alle apparecchiature, ecc... ). Forse Battaglia non era d’accordo con una stesura così precipitosa del Testo unico della sanità laziale? La domanda è lecita perché, secondo l’assessore «la delibera costituisce solo uno degli strumenti per elevare la qualità dei servizi», parole sue, mentre le tappe successive, prima dell’approvazione definitiva «dovranno essere concertate - ha precisato - con le direzioni e le organizzazioni sindacali. A Roma bisogna tener conto anche della sanità privata e quindi della realtà cattolica negli ospedali». Marrazzo di questa ipotesi concertativa «allargata» se n’è dimenticato, tralasciando di entrare nel merito delle singole realtà. Una visione d’insieme che viene fuori pure dalle parole di Tommaso Luzzi (An) secondo il quale «la giunta Marrazzo sarebbe ricorsa per l’ennesima volta alla politica degli annunci pur di nascondere gli scontri nella maggioranza. I requisiti minimi, si limitano a sancire l’impossibilità per le strutture sanitarie esistenti di procedere a qualsivoglia opera di ristrutturazione o ampliamento, mentre su quelle nuove il presidente non ha fatto altro che annunciare che verrà, chissà quando, un nuovo provvedimento per stabilire regole e standard». Altro che scontri. È Alessio D’Amato capogruppo dei comunisti italiani che rifila a Marrazzo l’aut aut sul precariato del personale medico e paramedico sottolineando che «alla politica degli annunci dovrebbe seguire quella dei fatti concreti: la sola che possa garantire ai cittadini la qualità del servizio». Uno spunto che non è passato inosservato al capogruppo della Lista Storace, Fabio Desideri che prende la palla al balzo per sottolineare la curiosità sull’ampia condivisione dell’atto appena licenziato dalla maggioranza, oppure se «come qualcuno dice - commenta - non rappresenti la resa dei conti tra Ds, Margherita e Marrazzo visto che la conferenza stampa era stata convocata per le 12 e il presidente si è presentato alle 14 passate». Il testo ora dovrà passare in commissione sanità.