Il tetraplegico nato tre volte scrive la sua vita con i denti

SALVATORE CONESE Investito da un’auto pirata, era in lista per l’espianto degli organi. Esce dal coma e vola giù da una finestra dell’ospedale. Tentato suicidio, secondo la Cassazione. Ma lui accusa: "È stato un infermiere"

Salvatore, l’uomo che bacia l’aria, è nato tre volte, così dicono. La prima volta dal ventre di sua madre, il 17 gennaio 1973, ultimo di cinque figli. La seconda volta a 17 anni, mentre giaceva in coma al San Carlo di Milano, emiplegico dopo essere stato investito da un’auto, con i medici che avrebbero voluto espiantargli gli organi. La terza volta di lì a pochi giorni, quando volò giù da una finestra dello stesso ospedale - scaraventato di sotto da un infermiere rancoroso, accusano i suoi familiari; vittima di un tentativo di suicidio, attestano gli atti di tre processi - e si ritrovò 17 metri più in basso con il collo spezzato.
È rinato tre volte per trovarsi in questa situazione, Salvatore Conese. Tetraplegico. Steso tutto il giorno nel letto o, quando va bene, crocifisso per qualche ora su una carrozzella che non entrava nell’ascensore condominiale, fino a quando suo padre, con la risolutezza che viene dalla disperazione, non s’è deciso a flettere le gambe del figlio sotto il sedile, come se fossero i sostegni di un’asse da stiro - di legno questi, di legno quelle - e ha visto che funzionava, poteva starci. Piaghe da decubito che sono arrivate a lasciar scoperto l’osso sacro. Muove solo la bocca e le palpebre. Riesce a inclinare di pochi gradi la testa, saldata alla colonna vertebrale con una placca d’acciaio. Quando gli scivolano gli occhiali sulla punta del naso, deve aspettare che qualcuno se ne accorga e glieli tiri su. È a quel punto che comincia a schioccare fragorosi baci all’aria, «è un buon metodo per attirare l’attenzione, me ne sono accorto in ospedale, ero sceso di peso da 67 chili a 25, pronunciavo le parole ma non mi uscivano dalle labbra perché la tracheotomia mi aveva schiacciato le corde vocali, allora ho pensato: più baci mando, più gente si gira».
Eppure una famiglia di otto persone dipende in tutto e per tutto da questo ragazzo che dipende in tutto e per tutto dagli altri: il papà Michele, 62 anni, immigrato a Milano da Minervino Murge (Bari) nel 1969, già operaio all’Alemagna, autista e cuoco, che ha dovuto lasciare il lavoro per fare da infermiere al figlio: «Sono andato a chiedere la pensione e invece di 36 anni di contributi ho scoperto che me ne hanno versati solo 9, ora dovrò aspettarne altri tre per avere la sociale»; la mamma Teresa, anche lei in attesa di pensione; il fratello Domenico, che ha appena perso il lavoro; la moglie di Domenico, Daniela, invalida su una sedia a rotelle: «Soffro di connettivite, sono in dialisi, a dicembre mi hanno aperto il cranio per ripararmi una vena, ho il cuore traballino e basta così», trova il coraggio di sorridere; il fratello gemello, Gianni, che s’è cacciato in un guaio più grande di lui e resterà recluso a San Vittore per un bel pezzo nonostante i congiunti giurino sulla sua innocenza; la moglie ecuadoriana di Gianni, Sindy, con i figlioletti di 9 e 4 anni. Vivono in un alloggio popolare nel rione Primaticcio, con i 700 euro scarsi fra pensione e assegno d’accompagnamento che lo Stato versa a Salvatore, ai quali s’aggiungono i 240 euro del vitalizio di Daniela. Solo per la pigione e le spese condominiali ne servono ogni mese 350, «siamo in arretrato di due anni con l’affitto, l’Azienda lombarda edilizia residenziale continua a mandare solleciti», spiega il capofamiglia, «e io vado là e ogni volta gli dico: come faccio a pagare? vengo a mangiare a casa vostra? buttateci in strada, se avete coraggio».
«È dura andare avanti con pochi soldi, ma chi ne ha meno di noi come farà?», s’interroga Salvatore il saggio, che in tanta desolazione ha trovato due benefattori in una coppia di milanesi sulla settantina («niente nomi, per favore», si raccomandano), lui imprenditore, lei ex collaboratrice dell’editore Gribaudi di Torino. Sono stati loro, oltre a pagare tante bollette in sospeso, a fargli pubblicare Il fiore dell’agave, la sua autobiografia, un libro che ha già venduto 8.000 copie solo col passaparola ed è stato adottato come testo di lettura in parecchie scuole medie inferiori e superiori. Sono 125 pagine di martirio e di speranza, anche per il modo in cui sono state scritte, l’unico consentito a Salvatore: stringendo un bastoncino fra i denti e digitando una lettera per volta sulla tastiera del computer.
Mi spiega il titolo del libro?
«L’agave fa un unico fiore nella vita, e subito dopo muore. Non è bello il fiore dell’agave. Nasce dalla sofferenza. Però i semi si spargono tutt’intorno».
Le è sempre piaciuto scrivere?
«No. Mi sono fermato alla terza media. Ero birichino. Cominciai a 10 anni a bigiare la scuola. Andavo a giocare a pallone e poi falsificavo la firma di mio padre per giustificare le assenze. Sognavo di diventare come Michel Platini. L’unico amico che avevo in classe era Luca, un bambino down. Non vedevo alcuna differenza fra me e lui: entrambi emarginati. A 13 anni mi dissi: perché devo sprecare il mio tempo sui banchi? Pregai Claudio, un elettricista della zona, di portarmi con sé a mettere giù fili e interruttori nei palazzi. Il primo giorno mi diede 12.000 lire. Tornai a casa orgoglioso di me stesso: finalmente ero un uomo, potevo rendermi utile alla famiglia. Quando mio padre seppe come avevo guadagnato quei soldi, mi riempì di botte».
Poi che accadde?
«Il 29 luglio 1990, verso le 18, vidi un motorino, un Ciao, appoggiato a un palo, senza catena. Diceva: “Usami e riportami indietro”. Così feci. Cercavo un tabaccaio aperto d’estate. Ha presente che cosa c’è scritto sui pacchetti di sigarette?».
«Il fumo uccide»?
«Ma non nel modo che immaginavo. In via Bartolomeo d’Alviano sbucò fuori da una traversa un’auto. Mi scaraventò dall’altra parte della carreggiata e fuggì. In giro neanche un cane. Ero a terra nel mio sangue, la faccia rivolta verso il cielo, e non potevo né alzarmi né gridare. Così per due ore. Finché una donna s’affacciò alla finestra e vide una sagoma sull’asfalto. Arrivò l’ambulanza. Percorsi neanche 10 metri di strada, black out, buio totale. All’ospedale San Carlo non c’era posto. Mi portarono al Policlinico. In coma irreversibile per 11 giorni». (Interviene il padre: «“Per noi è clinicamente morto, ma fate ancora in tempo a donare i suoi organi”, mi disse un medico. Gli risposi: lei provi a staccare anche solo l’ago della flebo dal braccio di mio figlio e io stacco la testa a lei, ha capito? Dal giorno dopo il dottore aveva cambiato atteggiamento: “Parlategli, fategli ascoltare le sue canzoni preferite”. Lei non sa quante volte ho messo la musicassetta dell’inno di Italia ’90).
E Gianna Nannini fece il miracolo.
«Mi svegliai dal coma e fui trasferito al San Carlo per la terapia riabilitativa. Lì cominciò l’incubo peggiore: un infermiere sempre di pessimo umore che mi trattava come un burattino inanimato. Mi teneva legato nel letto perché non cadessi. Un giorno, al colmo dell’esasperazione, gli lanciai un paio di epiteti ingiuriosi. Gli avevo chiesto di sistemarmi i cuscini e lui m’aveva risposto di arrangiarmi da solo. Come se ne fossi stato capace! Stasera dirò ai miei di firmare e di riportarmi a casa, gli urlai in preda all’ira. Lui si girò verso di me, sull’uscio della camera, e con un ghigno terribile scandì: “No, tu devi crepare qui, bastardo!”. Poco dopo tornò con una siringa».
Le fece un’iniezione?
«Sì, di Barnotil, com’è scritto nella cartella clinica, un potente neurolettico che si usa solo negli ospedali per le urgenze psichiatriche e gli stati deliranti acuti. Da quel momento persi conoscenza. Era domenica. Avrei percorso 15 metri di corridoio, sarei entrato in una camera lasciata libera dai degenti usciti in permesso, avrei scavalcato il davanzale di una finestra e mi sarei lanciato nel vuoto dal secondo piano. Incredibile. È il minimo che si possa dire, visto che non ero in grado di camminare, le pare? Ma poi: perché andare a suicidarmi in un’altra stanza quando c’era una finestra bella comoda accanto al mio letto?».
Già, perché?
«Forse perché in camera con me c’era un anziano paziente, un testimone scomodo?». (Interviene il padre: «Dopo l’incidente andai a parlare con questo vecchietto per capire che cos’era successo. “Non so niente, io dormivo”, balbettò terrorizzato. Quanto all’infermiere sgarbato, lo vidi impaurito, teneva gli occhi bassi. Dopo 5-6 giorni il vecchietto era sparito: dimesso o morto, nessuno seppe dirmi qualcosa di preciso»).
Non ci fu un’indagine?
«Al posto di polizia del San Carlo presero per buono quello che raccontarono medici e infermieri. Tre processi in 12 anni, siamo arrivati fino in Cassazione, ma la sentenza non è cambiata: a causa dell’imprevedibilità dell’evento, l’ospedale non è da ritenersi responsabile della mancata custodia di un minore ricoverato».
Quindi niente risarcimento.
«Risarcimento? Ci è persino arrivata da pagare una fattura di 700.000 lire perché nella caduta avevo divelto un cavalletto metallico infisso a terra per impedire la sosta delle auto».
Che idea s’è fatto della giustizia?
«Pessima. È ingiusta. Chi non ha soldi non ha diritto alla giustizia. Solo chi li ha può pagarsela».
Ma ha mai pensato al suicidio?
«Non ci penso adesso, che sto qui inchiodato in un letto, figurarsi a 17 anni, quando potevo muovermi e i medici mi garantivano che sarei tornato a camminare».
Invece s’è rotto il collo ed è diventato tetraplegico.
«Frattura delle vertebre cervicali con fuoriuscita del midollo. Portato in elicottero all’ospedale di Sondalo. Macchinario fuori uso, primario assente. Di nuovo in elicottero, all’ospedale di Legnano. Qui il chirurgo disse a papà: “Al 99,9% tira avanti fino a domattina e poi muore. Se opero, c’è uno 0,1% di probabilità che scampi, ma resterà per sempre attaccato a un respiratore”». (Interviene il padre: «Gli risposi: non m’interessa, purché viva. E ora lo guardi: respira da solo, senza macchina. Ho imparato osservando di nascosto gli infermieri che lo intubavano. Lo staccavo dal respiratore prima un minuto, poi un’ora, poi due, poi mezza giornata. Venne a visitarlo a casa lo pneumologo, trovò Salvatore lontano dalla macchina e mi insultò: “Lei è pazzo, pazzo!”»).
Come sta adesso?
«A novembre potevo morire di setticemia. Il sedile della carrozzina s’era rotto e mi aveva provocato una piaga lunga 20 centimetri. Il medico insisteva nel dire che non c’era pus. Mio padre lo ha avvertito: “L’unico dottore che non ho ancora preso a sberle è lei. Si regoli”. Mi hanno curato».
La sedia a rotelle l’hanno riparata?
«Per legge ho diritto a una carrozzina nuova ogni 8 anni. Essendosi guastata dopo 6, non volevano cambiarmela. Ho ricevuto una lettera in cui mi si comunicava che, per averla, dovevo restituire il letto ortopedico. Hanno tentato di farmi dormire in sedia a rotelle, capisce?».
Nel libro scrive d’aver imparato «alla dura scuola dell’accettazione». Che significa?
«Ho imparato ad accettare i miei limiti, trasformandoli in vantaggi».
Che vantaggio è non poter sistemarsi gli occhiali che scivolano sulla punta del naso?
«È una comodità, invece: anziché farlo io, c’è un altro che lo fa per me. Un bel vantaggio».
Ha seguito i casi di Luca Coscioni e Piergiorgio Welby, che hanno chiesto di morire perché non sopportavano la loro infermità?
«Li capisco. C’è chi non si accetta e cade in depressione, il suicidio gli pare l’unica soluzione. Io invece non sopporto che un uomo si arrenda, che non lotti per sopravvivere. Lo sento anche come un dovere verso chi mi vuol bene. Se mi deprimessi, renderei vano il sacrificio dei miei genitori».
Che cosa fa tutto il giorno?
«Guardo la Tv. Soprattutto le belle ragazze, Amici, Striscia la notizia, Otto e mezzo di Giuliano Ferrara».
Che cosa le manca di più in questo momento?
«Una ragazza. Una famiglia che mi vuole bene ce l’ho, gioie ne ho. Mi mancano solo i dolori dell’amore».
Ha mai avuto una donna?
«A 15 anni. Una signora sposata che ne aveva il doppio, 30. Fu la mia prima volta. Poi ho avuto quattro fidanzate. E tante amiche». (Mi mostra orgoglioso le foto in sedia a rotelle che lo ritraggono con Eva Henger e altre pornostar, attrici, cantanti, veline, cubiste che lo sbaciucchiano).
Nessuna ragazza verrà a suonarle il campanello, lo sa, vero?
«Può pure stare giù dabbasso. Scendo io».
Gli amici di un tempo vengono a trovarla?
«Non voglio ferire la loro sensibilità. Loro non bussano, io non apro».
C’è un luogo dove le piacerebbe andare?
«Sì, vorrei tanto andare a Lourdes. E a Strasburgo, alla Corte europea dei diritti umani, per chiedere la revisione del mio processo, ma l’avvocato mi ha spiegato che servono come minimo 30.000 euro per avere giustizia».
A Lourdes per chiedere un miracolo?
«No, per chiedere alla Madonna di togliere un po’ di sfortuna a questa famiglia. Lo vede, abbiamo un Fatebenefratelli in casa. Sono 17 anni che la sfortuna non bussa a quella porta: entra proprio, senza bussare. Spero sempre che, com’è entrata, esca. Mi arrabbio con Dio, ogni tanto. Mio padre era cuoco in una mensa parrocchiale. Preparava i pasti la mattina presto per poi correre in ospedale da me. Dopo 15 giorni il prete gli ha detto: “O ti dimetti, o ti licenzi, o smetti di assistere tuo figlio”. Papà gli ha rovesciato la pasta nel lavandino e se n’è andato. Adesso ci resta solo don Marco Melzi, il sacerdote di 91 anni che ha dato l’estrema unzione alla mamma di Berlusconi. Viene in bicicletta a portarmi la comunione».
C’è qualcosa che le piacerebbe fare?
«Lavorare col computer. L’unica cosa che posso fare, a parte la mano morta».
Il fiore dell’agave si chiude con un’esortazione: «Se solo foste consapevoli di ciò che avete!». Perché non ne siamo più consapevoli?
«È il tempo di oggi. Avere di più, contare di più. Vogliamo tutti dimostrare agli altri d’essere straordinari. E ci dimentichiamo che siamo già pezzi unici all’atto di nascere».
Si ritiene più o meno sfortunato del suo fratello gemello rinchiuso in carcere?
«Io mi ritengo molto fortunato: ho qualcuno che mi ama e la testa sulle spalle, anche se tenuta su da un ferro. Siamo entrambi agli arresti. Ma almeno Gianni un giorno uscirà».
(404. Continua)
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