Tettamanzi «aiuta» l’Unione: gli immigrati devono votare

Irritazione nel centrodestra per l’appello del cardinale che sollecita anche «incarichi pubblici» agli stranieri

Giannino della Frattina

da Milano

Dice di ispirarsi al Vangelo, ma finisce con lo strizzare l’occhio al programma del candidato sindaco del centrosinistra Bruno Ferrante, opposto nella tornata elettorale di oggi e domani a Letizia Moratti. L’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, chiede il voto per gli immigrati. E, già che c’è, non si fa mancare nulla e per gli extracomunitari vorrebbe anche «incarichi pubblici». Ferrante gongola ed esterna, violando anche il silenzio elettorale («Piena e assoluta condivisione delle parole di Tettamanzi, le sue opinioni sui temi sociali e sull’immigrazione sono sempre state le mie»). Una polemica forse non troppo opportuna alla vigilia del voto e che appare chiaramente una risposta alla Lega Nord che non molti giorni fa, replicando all’appello di Tettamanzi che ai candidati chiedeva di «non considerare gli stranieri un problema, ma una risorsa», aveva organizzato un girotondo intorno al Duomo per stigmatizzare «quei vescovi che si svegliano con la voglia di fare gli imam». Era stato Matteo Salvini, europarlamentare della Lega e capogruppo in Comune, ad invitare a pensare «anziché agli immigrati, ai milanesi poveri e a quelli che non vanno più in chiesa perché ormai sono stufi marci».
Ieri la bordata dell’arcivescovo che si rivolge ai «migranti, miei figli carissimi», durante il lungo discorso alla premiazione di «Immicreando 2006», concorso di scrittura organizzato dalla Diocesi di Milano e dalla Fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità). «Non posso - le sue parole - non alzare la voce a tutela di chiunque si trovi in situazione di disagio». E, visto che sono «più spesso» proprio gli immigrati a trovarsi «in condizioni sfavorevoli - afferma -, non posso non levare la mia voce per richiamare con forza e ancora una volta, i loro diritti». Chiaro il bersaglio in chi chiede una solidarietà rispettosa dei confini cittadini o magari nazionali. «La risposta al disagio sociale - l’attacco deciso - deve partire dalla considerazione che ha maggiori diritti non chi possiede da più tempo la residenza in città, ma chi ha più bisogno, sia egli residente da lunga data o migrante. La solidarietà e la carità autentiche rifuggono dall’idea di una qualsiasi discriminazione a favore di alcuni piuttosto che di altri». E allora l’appello («forte e pressante») alla città: «Milano, apri il tuo cuore». Ovviamente all’interno della legalità. «I fenomeni migratori - aggiunge -, vanno disciplinati, ma questo non deve mai giustificare nessun tipo di discriminazione, né può mai nascondere o favorire una mentalità intollerante o un clima di costante intimidazione che alla fine portano a molteplici forme di conflittualità e di lacerazione aprendo la strada a possibili violenze».
«Per carità - l’immediata replica di Salvini -, l’arcivescovo può dichiarare ciò che vuole, ma a volte mi sembra che parli come un capo partito. Soprattutto il suo non è certo il pensiero dei milanesi, né della maggioranza dei cattolici. Piuttosto di quella fazione della Chiesa che pende a sinistra».