Tettamanzi, l’arcistar buonista che predica il dialogo dal salotto tv

Uomo solitamente incline alla prudenza, più per innata predisposizione d’animo che per conformità di condotta alle virtù cardinali, da qualche tempo don Dionigi Tettamanzi ha alzato i toni delle sue omelie mediatiche, come è noto ben più seguite di quelle domenicali. Ieri, dalle pagine del Corriere della sera, ha flagellato la «sua» città, la Milano della quale dal 2002 è arcivescovo, per volontà di Dio e consiglio del cardinal Re. Don Dionigi, in ossequio al precetto gesuitico suaviter in modo fortiter in re, «in modo garbato, ma energico nella sostanza», con la dolcezza dell’eloquio che gli è propria ha fatto a pezzi l’anima (e la faccia) dell’ex capitale morale d’Italia: una città smarrita, frantumata, incattivita addirittura. Indifferente, impaurita, intollerante addirittura. Tettamanzi vede sì generosità nell’aiutare, ma si domanda «se esista ancora la borghesia di una volta». E se c’è ancora una città che sa accogliere, dialogare, «integrare».
Figlio di quella Brianza monzese pragmatica e realista che ha nell’etica del lavoro e nel senso del dovere i suoi più marcati confini morali, Dionigi Tettamanzi ha fatto della «mediazione», soprattutto sui temi dell’immigrazione, dell’accoglienza e dell’integrazione, una vocazione. Incontro, dialogo, confronto sono le sue litanie.
Già ghost writer di Papa Wojtyla per i temi morali, partecipe nei giorni del devastante G8 genovese alle proteste no global, comprensivo delle ragioni di Israele ma anche delle rivendicazioni palestinesi, fautore architettonicamente bipartisan di una chiesa e di una moschea in ogni quartiere, sua Eminenza in nome del prudentemente corretto si è forse guadagnato l’ecumene intellettuale e progressista, ma rischia di smarrire il gregge fedele e tradizionalista. Quello che lo ascoltò invitare i suoi preti ad «andare nelle case degli islamici» ma non lo sentì alzare la voce davanti all’occupazione musulmana del sagrato del Duomo. A essere troppo buonisti...
Politicamente accorto per “vecchia” abitudine democristiana e mediaticamente parsimonioso per consiglio dei suoi addetti stampa, l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi, uno a cui può capitare di dimenticare un discorso ma non una stretta di mano, ha ultimamente allungato la propria verso i signori dei salotti «buoni». Il mese scorso l’«infedele» Gad Lerner, ieri mattina le «illuminate» stanze del Corriere e, in serata, l’oratorio di Fabio Fazio, in registrata su Raitre, tra Francesco Totti e Eros Ramazzotti. L’arcistar in prime time.
Dionigi Tettamanzi, rispetto ai suoi eccelsi predecessori alla guida della diocesi più grande e importante della cristianità (quella di Milano, dove l’islam è la seconda religione per numero ma la prima, in proporzione, per frequenza dei luoghi di culto), non è un teologo come Carlo Maria Martini, o un «intellettuale» come Giovanni Battista Montini. Piuttosto un pastore. Dal carattere di ferro e dal cuore generoso ma che - secondo i maligni - ultimamente sta camminando su un sentiero lungo il quale le sue pecorelle fanno fatica a seguirlo. A volte le considerazioni «sociali» delle alte gerarchie sono troppo lontane dal senso comune della gente. E spesso capita che chi parli dal pulpito, o dai salotti tv, non sia perfettamente sintonizzato con i fedeli. I soliti maligni fanno notare che tra le cento righe di intervista concesse al Corriere e i 25 minuti di chiacchierata con Fazio, don Dionigi ha pronunciato venti volte le parole «dialogo» e «solidarietà», ma appena due il nome «Gesù».
Al cardinale Tettamanzi, da quando è arcivescovo di Milano, piace ricordare che il nome della città rimanda a Mediolanum, una terra che «sta nel mezzo»: un luogo dove si converge, ci si incontra, si dialoga. Cosa apprezzata dalla Lega per la citazione di sapore celtico, un po’ meno per l’allusione al confronto interculturale e interreligioso. Lo hanno chiamato «Vescovo di Kabul». Ma Tettamanzi, che sullo stemma episcopale porta il motto Gaudium et pax, saprà di sicuro perdonare.
Quando nel settembre del 2002, entrò in Duomo come arcivescovo di Milano, il cardinale Martini, consegnandogli il pastorale, gli disse: «Vedrai quanto pesa». Forse don Dionigi non immaginava così tanto.