Tettamanzi rompe il silenzio ma non dice quel che pensa

Abbiamo discusso a lungo, ieri sera in redazione, sul comunicato con il quale la Curia di Milano ha preso posizione - dopo cinque giorni - sulla preghiera islamica in piazza Duomo. La prima reazione è stata di sollievo: i più pessimisti di noi, infatti, temevano che dal documento sarebbe emersa una proposta-sanatoria: costruiamo una moschea in piazza Duomo, in fondo a Milano dovrebbe essercene una per quartiere e in centro non c’è ancora. Niente di tutto questo, invece.
Il comunicato lo pubblichiamo integralmente qui sotto: così, ciascuno può farsene un’opinione. Noi, ai nostri lettori, abbiamo comunque il dovere di far conoscere la nostra, di opinione. Sul «caso» ci siamo esposti, infatti: e non possiamo nasconderci.
E proprio su questo ci permettiamo - con il massimo rispetto - di avanzare una riserva sulla forse eccessiva prudenza, diremmo quasi sulla riservatezza che traspare tra le righe del comunicato della Curia. Il quale dice che «le cronache parlano di...»; che «molti hanno interpretato questa preghiera come un affronto alla fede cattolica nel suo luogo più simbolico ed alto in città...» eccetera eccetera. Tutto vero: le cronache parlano di, e molti hanno interpretato. Ma quel che dicono le cronache e i molti lo sapevamo: ci saremmo aspettati di leggere, in modo chiaro e diretto, anche il pensiero della Chiesa milanese. L’unica condanna netta, nel comunicato della Curia, non riguarda la preghiera davanti al Duomo, ma il gesto di bruciare le bandiere di Israele, definito «deplorevole».
Intendiamoci bene. Sappiamo benissimo che il linguaggio di una Curia è e deve essere, per definizione, prudente e diplomatico. Non a caso del miglior Andreotti d’antan, quando parlava per dire e non dire, si scriveva che era «curiale». La Chiesa fa bene, a essere prudente. E, per quanto qualche lettore possa stupirsi, secondo noi fa benissimo anche a non pretendere, dagli islamici, la reciprocità: è vero che in molti Paesi arabi i cristiani sarebbero stati falciati, se avessero pregato davanti a una moschea; però noi - noi cristiani ma anche noi laici che crediamo nella democrazia e nella libertà - facciamo benissimo a mostrare anche in questi casi la nostra diversità, sicuri che alla fine si rivelerà vincente.
Sappiamo anche che la Chiesa, come uno Stato, deve praticare, quando necessario, una sua Realpolitik: preso atto che in città c’è una forte comunità islamica, con questa bisogna convivere; e una strategia saggia di convivenza può perfino indurre a invocare la costruzione di moschee. In una certa ottica, meglio sapere dove sono e pregano i musulmani piuttosto che trovarseli, appunto, davanti al Duomo.
Però, detto tutto questo, ci permettiamo - ripeto: con il massimo rispetto, e non è un pro forma - di esprimere la nostra opinione. E cioè che nella Realpolitik deve rientrare anche la considerazione di un’altra realtà: quella di quei «molti» milanesi che si sono sentiti profondamente offesi. A Bologna, dove di fronte a San Petronio sabato scorso è successo esattamente quel che è successo in piazza Duomo, la Curia - per voce di monsignor Vecchi - ha usato toni ben più chiari e perentori di quelli usati nel comunicato della Curia milanese. Questione di stili diversi, per carità: una delle ricchezze della Chiesa è proprio la varietà dei suoi carismi.
Ma sa cos’è, Eminenza? È che molti cattolici hanno l’impressione che spesso si spendano più energie, e soprattutto si alzi la voce, più per difendere «gli altri» - per altri intendendo non solo i musulmani, ma anche le cause benedette da un certo conformismo - che non per annunciare Gesù Cristo, del quale spesso sembra che un certo clero si vergogni. Si dirà che questo non corrisponde alla realtà di tutti i giorni, ma all’immagine che della Chiesa trasmettono i media. Forse è vero. Ma nel mondo di oggi i media sono non tutto, ma molto. Ed è per questo che temiamo che il comunicato di ieri lascerà delusi molti milanesi: i quali avvertiranno uno squilibrio fra i toni usati contro l’inquinamento, contro la disoccupazione, contro la xenofobia, contro il caro-affitti e contro il consumismo da una parte; e contro «un affronto alla fede cattolica» (parole del comunicato) dall’altro. A torto o a ragione, ma l’avvertiranno. E bisogna tenerne conto.
Michele Brambilla