Tetto agli spot, la Ue sbugiarda Gentiloni

da Roma

Paolo Gentiloni potrebbe forse a questo punto prendersela col «destino cinico e baro» come già capitò a un illustre esponente della sinistra, anni fa. O più probabilmente cercare di individuare chi, dai suoi uffici o da quelli che hanno avuto per le mani la cosa, hanno fatto filtrare qualche carta all’esterno. Ma è più che scontato comunque che debba affrettarsi a rispondere nero su bianco alla picconata giuntagli da Bruxelles e che, evidentemente, aveva deciso di tener nascosta.
Eh, già: non può più tener chiusa nel cassetto la lettera inviatagli a metà dello scorso aprile dal direttore generale della Concorrenza Philip Lowe. Perché il caso ha voluto che giusto ieri, in concomitanza con un’intervista del ministro delle Comunicazioni al Corriere in cui chiede di accelerare i tempi per il varo del suo ddl di riforma della legge Gasparri e difende il tetto del 45% alla pubblicità, sostenendo che «le soglie antitrust si giustificano in tutti i Paesi occidentali dove c’è una minaccia al pluralismo e alla libertà di espressione per un eccesso di concentrazione», ecco venire alla luce la «missiva di Bruxelles»: ovverosia del capo in testa del gabinetto del commissario Viviane Reading. In cui, assieme alla richiesta di molti chiarimenti, lo si invita a piantarla di tirare in ballo la Ue a difesa della sua riforma, specie per quel che riguarda proprio il tetto del 45%. E questo, intanto perché nella Ue la «posizione dominante» non si applica alle aziende che superano quella quota, ma viene decisa caso per caso. Ma ancora e soprattutto in quanto nel suo ddl - dove si fa esplicito riferimento proprio alle direttive Ue - si spaccia come applicabile al mercato pubblicitario tv una norma che invece fa riferimento solo «ai mercati della comunicazione elettronica».
Insomma, da nessuna parte nelle norme comunitarie, è previsto che ci sia un tetto del 45% per gli spot, oltre i quali si arriva a quella «posizione dominante» che Gentiloni vuole combattere tirando in ballo la libertà di stampa. Uno schiaffone pesante per il ministro. Cui la lettera di Lowe chiede ulteriori chiarimenti di merito dopo l’avvio della lunga querelle tra Bruxelles e Roma avviata con la contestazione della Gasparri e proseguita tra mille altre incomprensioni. Era già accaduto a dicembre scorso, del resto, che Gentiloni entrasse in rotta di collisione con le istituzioni europee: era salito a Strasburgo di soppiatto e aveva cercato di portare l’Europarlamento ad approvare un emendamento che avrebbe parificato spot e telepromozioni, mirando al bersaglio grosso di Mediaset. Gli era andata male: l’aula decise, all’opposto (col voto favorevole di Ppe, socialisti e liberali) di seguire le indicazioni della Reading e cioè di lasciare distinti i tempi degli spot da quelli delle telepromozioni. La storia, ieri, si è ripetuta: dopo uno scambio di informative tra ottobre e novembre, evidentemente non troppo convincenti, ecco che la direzione generale della concorrenza torna a scrivere a Gentiloni. Gli fa presente che non basta che una azienda raggiunga il 45% di un mercato (nel caso quello pubblicitario) per essere ritenuta «posizione dominante» da combattere. Mette poi in rilievo come i riferimenti «alla direttiva 2002/21/CE - citati nel ddl del ministro - si applicano solo ai mercati delle comunicazioni elettroniche (...) e non comprendono il mercato della pubblicità televisiva». Gli viene suggerito a questo punto, in modo esplicito, di «modificare la formulazione della disposizione in questione, onde evitare di utilizzare termini fuorvianti ed eliminare il riferimento improprio al quadro normativo comunitario». E ancora gli si rivolgono osservazioni e richieste di modifica su altre questioni strettamente tecniche.
Per il ministro delle Comunicazioni una bella doccia fredda. Emersa a sorpresa giusto il giorno in cui aveva bruscamente invitato Berlusconi «ad accettare la sfida della concorrenza e del mercato» senza fare «del vittimismo a orologeria». Non dimenticando di inviare un messaggio anche alla sinistra perplessa dal suo ddl: «Nel nostro programma di governo pochi punti erano chiari come la riforma della Gasparri. Se non riuscissimo a mantenere l’impegno rischieremmo uno tsunami da parte dell’elettorato». In attesa di verificare se il maremoto ci sarà o meno, il ministro ha intanto a che fare con un bel temporalone proveniente da Bruxelles. Che gli fa sapere di piantarla di cercare di coprirsi le spalle con inesistenti regole comunitarie.