Il tetto ai farmaci c’è. «Virtuale»

Di Donna (Snami): «Dimenticato lo studio capillare condotto nel 2002 sugli indicatori»

Antonella Aldrighetti

A meno di una settimana dall’eliminazione della tassa sulle ricette sono ancora tanti, troppi i nodi da sciogliere. Primo fra tutti il famigerato «tetto» sulle prescrizioni imposto ai medici di base per ogni assistito. Gioie e dolori di un provvedimento che rappresenta l’altra «faccia» dei ticket aboliti; quella esosa che, invece di far risparmiare qualche euro alle tasche dei cittadini, rischia di aumentare la spesa sanitaria che grava in capo a ogni famiglia, senza peraltro riuscire a diminuire il fabbisogno annuale di risorse da destinare alla spesa farmaceutica.
Sì, perché non serve essere dei maestri di calcolo per comprendere i dati divulgati dallo Snami (organizzazione sindacale dei medici di base) e farsi di conseguenza i cosiddetti «due conti». La risposta che ne viene fuori sembra essere univoca: «Se si pensa che, una volta abolito il ticket, si riuscirà a far fronte allo sforamento della spesa sanitaria, si sbaglia a priori, perché il costo dei farmaci prescritti dai medici di famiglia è limitato solamente al 13 per cento; mentre si arriva al 18 conteggiando tutte le prestazioni di base - specifica, carte alla mano, Giuseppe Di Donna, presidente regionale dello Snami -. Il restante 82 per cento rispecchia le spese di gestione delle Aziende sanitarie locali, dell’Ares 118, e le prestazioni specialistiche che gravano, da sole, sul 55 per cento della spesa, e sulle quali il ticket è e rimane in vigore. Piuttosto - incalza Di Donna - sarebbe stato il caso di applicare gli indicatori ponderati espressi dallo studio congiunto e capillare che fu realizzato già a partire dal 2002».
Già, perché tre anni fa la giunta regionale guidata da Francesco Storace, con un atto licenziato verso il mese di novembre (delibera numero 1156), diede il via al lavoro di un’apposita commissione regionale per l’appropriatezza prescrittiva, della quale facevano parte tutti i rappresentanti della sanità pubblica e convenzionata. E quali risultati avrebbe prodotto quel circostanziato lavoro? «Ne uscì un ragguardevole studio sul glossario dell’appropriatezza con parametri di spesa tutt’altro diversi dai 15 euro al mese imposti oggi a ogni medico di famiglia per i farmaci da prescrivere a ogni assistito - spiega ancora il presidente regionale dello Snami -. Inoltre, quegli indici andavano ad analizzare non solo la tipologia di pazienti per età e sesso, ma anche le cause climatiche indotte dal territorio sulle patologie».
Che ne è di fatto di quella commissione e dei parametri dettati? La domanda è retorica e la risposta sembra esserlo altrettanto: la prima (ovvero la commissione) è stata «congelata», i parametri sono «ancora in piedi - precisa il sindacalista - fino a un atto deliberativo che ne annulli il significato». A questo punto un po’ di retorica pedante l’assessore regionale alla Sanità Augusto Battaglia ce la consenta. Soprattutto dopo che la scorsa settimana aveva tenuto a rassicurare i lettori del Giornale che non ci sarebbe stato alcun tetto di spesa mentre, sullo sforamento del budget ogni professionista di medicina generale non avrebbe patito serrati controlli.
E invece no. Una lettera, partita dall’assessorato alla Sanità, girata alle Asl e indirizzata a ogni medico di famiglia, specifica l’attivazione del «sistema di monitoraggio delle prescrizioni» per fare fronte allo «sfondamento del tetto sulla spesa sanitaria regionale»; viene notificato anche lo schema con il relativo budget virtuale o, come è piaciuto chiamarlo all’assessore Battaglia, l’indice di appropriatezza mensile che conteggia il numero di assistiti «pesati» a seconda delle rispettive patologie. Comunque, sempre di risorse finanziarie si tratta. Le quali, in media, stabiliscono un consumo pro capite non superiore ai 15 euro mensili. Come a dire, «ora se la sbrighino da soli... ».