Il texano e l’ex comunista Colloquio british sul Colle

Bush al capo dello Stato: «Qui mi sento a casa» E lo invita a Washington: «Ci vediamo presto»

da Roma

«It looks familiar», dice alla moglie appena entra nella stanza del Bronzino. «Sì, qui mi sento quasi a casa», ripete a Giorgio Napolitano dopo una vigorosa stretta di mano. E del resto, da quando è in carica, questa è già la quinta volta che George W. Bush viene ricevuto al Quirinale. Stavolta c’è una novità, non c’è più Ciampi a fare gli onori di casa, ma un ex-comunista che parla un british english molto raffinato e che mette subito le cose in chiaro: le alleanze non si toccano. «Nessun partito italiano mette più in discussione i legami con l’Occidente che sono alla base della nostra politica estera. Nato e Ue sono due pilastri della politica italiana». Lo dimostra il fatto, spiega il capo dello Stato, «che le missioni di pace sono state approvate da maggioranze molto ampie». Bush annuisce, ringrazia e invita Napolitano a Washington.
Sfarzo contenuto, ridotto a trenta Lancieri di Montebello in divisa storica con tromba e stendardo schierati nel cortile. Cerimoniale asciutto, niente pompa magna. Ma l’oretta che il presidente americano passa nello Studio alla Vetrata è molto «intensa e cordiale» e anche politicamente significativa. Il colloquio, tutto in inglese, dura oltre 50 minuti, sette in più del previsto. Bush comincia chiedendo notizie sull’economia italiana e sottolineando come il Belpaese sia «uno dei partner principali» degli Usa. Napolitano risponde ricordando «il contributo di sangue» sessant’anni fa dei soldati americani alla riconquista della democrazia in Italia. Legami fortissimi, storici, tra due amici e alleati, che sono stati «cofondatori della Nato» e che continuano a collaborare attraverso i fori multilaterali per la stabilizzazione della situazione internazionale.
E Roma, assicura Napolitano, farà sempre la sua parte qualunque sia il colore del suo governo. Oggi il ruolo dell’Italia nelle missioni militari di pace è «basilare» come numero di interventi e come consistenza della spedizioni. Certo, aggiunge, non basta mandare i soldati perché certe crisi possono essere risolte soltanto con un «approccio interdisciplinare»: non solo peace-keeping quindi, ma iniziative politiche e diplomatiche, aiuti tecnici, sanitari e alla ricostruzione.
Il presidente americano approva, facendo notare che nella lotta al terrorismo c’è bisogno dell’impegno di tutti. Ringrazia l’Italia, che è in prima fila. Cita il Libano, riconoscendo il ruolo «trainante» degli italiani a seguito dell’emergenza dello scorso agosto. Parla dell’Afghanistan, dove, avverte, il processo in corso ha scadenze molto lunghe e richiede un «atteggiamento deciso». Accenna al G8, all’America Latina, all’Africa, ai rapporti con la Russia, al Kosovo, la cui indipendenza è un problema da risolvere prima che la regione si reinfiammi. E prova a chiudere pure la ferita irachena: anche lì, dice, il ritiro delle forze italiane è avvenuto in modo chiaro e costruttivo, come deve fare un Paese alleato.
Alle 10,37 il capo del cerimoniale deve interrompere la conversazione. Bush allarga le braccia: «Ci vediamo presto alla Casa Bianca».