Tfr, anche le Coop bocciano il Prof

Poletti: «Metodo imbarazzante». Malumori anche tra i sindacati. La sinistra Cgil: serve un referendum

Antonio Signorini

da Roma

D’accordo Cgil, Cisl e Uil. Con qualche scricchiolio nella confederazione laica e in quella di sinistra. Dicono sì, magari tirati per i capelli, anche gli imprenditori di Confindustria. Tutti gli altri sono contrari. A un giorno dall’accordo sul Tfr si delineano meglio gli schieramenti sul futuro della previdenza complementare. E sembra sempre più verosimile uno scenario nel quale, in calce al protocollo d’intesa che ratificherà l’intesa definita da Tommaso Padoa-Schioppa «storica» e che Prodi considera una «tappa della nuova concertazione», ci saranno solo quattro firme. Dentro le tre confederazioni sindacali e viale dell’Astronomia. Fuori tutti gli altri, alcuni perché contrari, altri perché non sono mai stati invitati. Un modo di confrontarsi con le parti sociali, che non è piaciuto ai rappresentanti di artigiani, commercianti, piccole imprese, ai sindacati autonomi.
E che ha fatto saltare dall’altra parte della barricata anche la Lega delle cooperative, la centrale delle coop di sinistra che ieri ha minacciato di non presentarsi alla firma dell’intesa con il governo di sinistra. «Vedremo cosa succede tra oggi e lunedì», si è limitato a dire il presidente di Legacoop Giuliano Poletti che ieri ha parlato di «imbarazzo» per il metodo scelto dall’esecutivo: «I rappresentanti delle cooperative sono entrati a palazzo Chigi e nel frattempo i telegiornali annunciavano già l’accordo raggiunto con sindacati e Confindustria». La Lega su questo fronte marcia insieme a Confcooperative. Il presidente delle coop «bianche» Luigi Marino ha firmato una nota insieme a Poletti nella quale si spiega che la questione da risolvere è quella dell’intensità di lavoro. Esentando dal trasferimento delle quote di Tfr all’Inps le aziende sotto i 50 dipendenti, si scoraggia la crescita delle imprese e si penalizzano quelle che hanno più dipendenti.
Le critiche di tutte le associazioni che ieri hanno invaso le agenzie di stampa con i loro «no» all’intesa segnalano lo stesso problema. È il caso di Confcommercio, Confartigiano e della Cna, Casartigiani. Le indicazioni delle organizzazioni che rappresentano imprese medie e piccole vanno in direzione di un innalzamento della soglia di esenzione. Ma tra le aziende c’è anche chi si preoccupa per il mancato lancio della previdenza integrativa. L’intesa è «l’ennesimo papocchio della concertazione tra i soliti noti, avvenuta come in una riunione tra carbonari e segna la fine della previdenza complementare», afferma Paolo Galassi, presidente dei piccoli imprenditori della Confapi.
Il malumore invade anche i sindacati. L’Ugl, sigla vicina alla destra, sospende il giudizio ma parla di indicazioni «non rassicuranti». Il segretario generale della Cisal Roberto Cavallaro lamenta il mancato confronto. Ma anche dentro due delle tre confederazioni che hanno approvato l’intesa, spuntano distinguo pesanti. Il segretario generale dei metalmeccanici Uil Antonino Regazzi parla senza mezzi termini di un «accordo sbagliato perché - spiega - costringe i lavoratori a mettere i propri soldi dove magari non vorrebbe metterli». Tesi sorprendentemente simile a quelli della sinistra della Cgil: «Un’intesa sbagliata», secondo Giorgio Cremaschi, componente della Rete 28 aprile e segretario nazionale della Fiom, che ha chiesto a Cgil, Cisl e Uil di «sottoporre al referendum» l’accordo di Palazzo Chigi.
No pesanti anche dentro Confindustria. È solo «un accordo obbligato» per il presidente di Confindustria Toscana Sergio Ceccuzzi. Per Assolombarda piccola impresa l’operazione sul Tfr è addirittura «di dubbia legittimità».
Posizioni che trovano un sostegno politico in Giulio Tremonti: «Sopra i 49 addetti - ha aggiunto - non assumerà più nessuno in Italia». E poi, «quei soldi i lavoratori non li vedranno più», ha aggiunto annunciando la sua presenza alla manifestazione di Vicenza. La piazza «non è una cosa brutta o negativa. Rappresenta la volontà di popolo».