Tfr, Confindustria pronta a far saltare l’accordo

Anche il presidente dell’Ance Buzzetti critica la manovra del centrosinistra

Antonio Signorini

da Roma

Quella di oggi pomeriggio doveva essere solo l’ufficializzazione dell’accordo sul Tfr raggiunto giovedì. Poco più di una cerimonia. Ma in tre giorni i giochi si sono complicati al punto che, a poche ore dalla scadenza, anche da Confindustria è arrivato un mezzo passo indietro e la minaccia di non sottoscrivere il protocollo. Una grana in più alla quale la diplomazia sotterranea che si attiva in queste occasioni ha cercato di porre rimedio. Tra Viale dell’Astronomia e Palazzo Chigi è stato un susseguirsi di contatti per tutto il fine settimana. Ultimo, una visita serale di Maurizio Beretta, direttore generale di Confindustria, ieri a Palazzo Chigi. Il nodo da sciogliere è quello delle «compensazioni» per le imprese che dovranno sopperire al venir meno delle quote di Tfr che andranno all’Inps nel caso delle aziende sopra i 50 dipendenti o ai fondi pensioni per le altre. Misure che la precedente riforma del ministro Roberto Maroni, aveva previsto sotto forma di sgravi fiscali, un fondo di garanzia e l’accesso agevolato al credito e sulle quali l’attuale esecutivo, nell’incontro lampo della settimana scorsa, si è impegnato a fare delle «valutazioni». Se l’offerta del governo sarà sufficiente a ottenere il via libera della confederazione di Luca Cordero di Montezemolo si saprà solo questa mattina. E quanto questa partita prema alla politica si capisce dalle dichiarazioni di tono opposto di Paolo Cento, sottosegretario all’Economia che non vuole cedere «ai ricatti di Confindustria» e di Gianni Alemanno di An che chiede a Montezemolo di non firmare. Anche i segretari di Ds e Margherita avevano risposto a distanza alle critiche di Viale Astronomia. Piero Fassino aveva definito «ingeneroso» il giudizio di Montezemolo, mentre Francesco Rutelli è stato più diretto: «Vorrei vedere Confindustria attaccare chi, tra i suoi associati, sfrutta rendite di posizione e si oppone al cambiamento». Anche se una rottura tra governo e Confindustria è improbabile. Anche perché sul fronte delle altre categorie, associazioni e sindacati che avevano bocciato l’intesa la settimana scorsa, nel frattempo non sono stati fatti passi in avanti, tanto che ieri sera nessuno aveva ancora ricevuto la convocazione. Non con le cooperative. Legacoop e Confcooperative hanno criticato aspramente l’accordo e non firmeranno se non ci saranno cambiamenti a favore delle imprese ad alta intensità di lavoro. Non i commercianti di Confcommercio, la principale confederazione fortemente contraria all’intesa. E tanto meno gli altri sindacati che, a differenza di Cgil, Cisl e Uil non hanno sottoscritto l’intesa, come l’Ugl.
Quella del Tfr non è l’unica partita aperta. C’è quella degli statali che oggi riuniranno 5.000 quadri a Roma e minacciano lo sciopero. I tre principali confederali hanno chiesto un incontro con il governo sui temi ancora aperti. La Uil di Luigi Angeletti vuole ad esempio cambiamenti sostanziali al «grande bluff» della riduzione del cuneo che, secondo il sindacato laico, non riduce affatto la differenza tra costo del lavoro netto e lordo. Le risorse che sarebbero dovute andare ai lavoratori - questa in sintesi l’accusa - sono andate tutte in una rimodulazione delle imposte, tra l’altro dagli esiti incerti sotto il profilo dei vantaggi per i cittadini. Su questo fronte Angeletti ha annunciato che darà battaglia, anche da solo. Su questo fronte la Cisl sosterrà il sindacato laico anche perché il governo sta realmente preparando correzioni alle nuove aliquote dell’ex Irpef ed è impossibile che i sindacati non vogliano far parte della partita. Per la confederazione di Raffaele Bonanni, la priorità ora sono però i pensionati. Obiettivo, la rivalutazione delle pensioni, un ulteriore aumento del fondo per gli anziani non autosufficienti e misure per gli incapienti (ieri il sottosegretario all’Economia Mario Lettieri ha annunciato che saranno destinatari di un bonus). Più defilata la Cgil che sulla previdenza potrebbe appoggiare la Cisl, ma non vuole sentir parlare della battaglia della Uil sul cuneo. Per Corso d’Italia il tempo delle pressioni sul governo per cambiare la Finanziaria è concluso.