Tfr, industriali e sindacati lasciano il governo in panne

Il ministro Damiano prova a mediare, ma l’applicazione del prelievo divide le parti sociali

Gian Battista Bozzo

da Roma

Accerchiato dalle proteste delle imprese e di parte cospicua del sindacato, il governo è in panne sul Tfr. Il ministro del Lavoro Cesare Damiano se la cava tenendosi sulle generali: sono necessari - dice - o una soglia di numero di dipendenti, oppure un fondo di compensazione, per venire incontro alle piccole e medie imprese, le più danneggiate dal prelievo forzoso introdotto dalla legge finanziaria. Ma sulla soglia - nove dipendenti, come chiedono gli artigiani, 40 dipendenti, oppure 100 dipendenti, come sollecita la Confindustria - ancora non ci sono decisioni.
Il problema è semplice: più si alza la soglia, meno lo Stato incassa. In Finanziaria sono iscritti, per l’anno 2007, ben 6 miliardi di entrate dal Tfr. Il flusso medio del Tfr degli anni scorsi è stato di circa 13 miliardi di euro (anche se nella tabella allegata alla Finanziaria si parla di 18 miliardi per il 2007), dunque il trasferimento di 6 miliardi al Fondo gestito dall’Inps significa che nessun lavoratore, o quasi, verserà il suo Tfr alla previdenza complementare. Se si escludono dall’obbligo le piccole e medie imprese sino a 40 dipendenti, il gettito si riduce di molto. Se poi il limite viene posto a 100 dipendenti, allora il calo di entrate diventa drammatico. E così, da «gallina dalle uova d’oro», il prelievo del Tfr si è trasformato nella classica «patata bollente» per il governo.
«Siamo contrari a una soglia troppo bassa», ripete il direttore generale della Confindustria Maurizio Beretta. Ed Emma Marcegaglia, vicepresidente degli industriali, rilancia la proposta presentata da Montezemolo: «Sul Tfr ascolteremo quel che proporrà il governo: ma se si parla di soglia - precisa - deve essere molto alta, almeno 100 dipendenti». Per Anna Maria Artoni, che guida la Confindustria dell’Emilia Romagna, il criterio di esenzione - in alternativa ai cento dipendenti - potrebbe essere quello della patrimonializzazione. «Il problema del Tfr - aggiunge - è nel segnale negativo che dà, minando la nascita dei fondi pensione». Più miti le richiesta degli artigiani, che si accontenterebbero di una soglia di esclusione fissata in nove dipendenti, livello entro il quale l’Unione europea definisce le «micro-imprese». Ed anche l’associazione delle cooperative (Agci) si schiare sul fronte del no, affermando che il provvedimento sul Tfr «toglie autonomia decisionale ai lavoratori e danneggia seriamente le imprese».
Il caso sta anche provocando molta maretta fra i sindacati. Mentre la Cgil fa il pesce in barile, Cisl, Uil, Ugl e autonomi sono decisamente schierati contro il prelievo del Tfr. Il segretario cislino Raffaele Bonanni accusa il governo, e in particolare il ministro Pierluigi Bersani, di tentare accordi «sottobanco» con gli industriali, scavalcando il sindacato. Non si può escludere che, se la misura venisse confermata, la Cisl diserti il tavolo delle pensioni in gennaio. «La norma non è negoziabile - attacca il segretario dell’Ugl Renata Polverini -, semplicemente va abrogata». I segretari di Cgil, Cisl e Uil si vedranno sabato a Foggia per mettere a punto le richieste di modifica all’intera manovra.
Una strada alternativa sul Tfr viene suggerita dall’ex sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi. Se ci fosse un «avviso comune» delle parti in causa, imprese e sindacati, il governo non potrebbe che adeguarsi. Sacconi, insieme con una delegazione di Forza Italia, ha incontrato Bonanni alla Camera: e il segretario della Cisl ha confermato il netto «no» al trasferimento del Tfr, «che indebolisce i fondi complementari e penalizza le pensioni future».