Tg1, Mimun minaccia le dimissioni e costringe la Rai a ridargli fiducia

Alla riunione del Cda, il direttore del telegiornale di Raiuno attaccato dai Ds chiede e ottiene da Petruccioli una difesa pubblica

Fabrizio De Feo

da Roma

Tutta questione di allenamento. Raccontano che Clemente Mimun, di fronte ai nuovi insulti firmati dai Ds, non abbia battuto ciglio e abbia ostentato indifferenza. «Ormai sono mitridatizzato, abituato a tutto» avrebbe detto ai suoi collaboratori nella giornata di martedì. Certo la frase coniata dal responsabile Informazione del Botteghino, Fabrizio Morri, e fatta esplodere contro il suo giornale - «non voglio più vedere Tg di merda» - non è certo passata inosservata agli occhi del giornalista romano, cresciuto in Tunisia. Ma il direttore dell'ammiraglia di Saxa Rubra ha tirato dritto nelle sue attività quotidiane, senza mai alzare il telefono e senza chiedere solidarietà a nessun dirigente di Viale Mazzini. Ha registrato un'intervista a Luciano Moggi. Ha pranzato con il dirigente juventino e con il presidente della Lazio (squadra di cui è tifosissimo da sempre) Claudio Lotito, oltre che con Clemente Mastella, incontrato per caso al ristorante. Nel pomeriggio ha preparato le interviste fissate per il giorno dopo: quella con Romano Prodi e quella, decisamente più intrigante, con Monica Bellucci. Ha letto il comunicato del direttore generale dell'azienda dettato in sua difesa verso le 19. E in serata si è recato con il figlio allo stadio Olimpico per assistere al match di Coppa Italia tra Lazio e Inter, sfidando il gelo della serata romana.
Nella mattinata di ieri, però, nel corso della riunione del consiglio di amministrazione della Rai con i direttori di testata, convocati per discutere della disciplina da tenere in campagna elettorale, la sua voce l'ha fatta sentire eccome. Mimun ha ricordato come, per molto meno, i consiglieri di amministrazione in altre occasioni abbiano fatto fuoco e fiamme. Si è detto disponibile a rassegnare le dimissioni e lasciare immediatamente la poltrona di direttore del Tg1, qualora non ci fosse più fiducia nei suoi riguardi. E ha puntato il dito contro il ritardo con cui l'azienda si è mossa in sua difesa, peraltro con un comunicato del solo direttore generale senza un intervento ad hoc di Claudio Petruccioli.
Un affondo secco, asciutto e tagliente quello del numero uno del tg più seguito dagli italiani, che oltre alle rassicurazioni e agli attestati di stima incassati seduta stante da parte dei consiglieri, gli è valso un comunicato letto ai giornalisti dal presidente della Rai. «Il Cda fa propria la solidarietà, espressa già ieri dal direttore generale, al Tg1, alla sua redazione e al suo direttore» scandisce Petruccioli «nel respingere l'attacco volgare e infondato loro rivolto dal dottor Fabrizio Morri e conferma a Mimun fiducia e stima». Incassata la solidarietà dell'azienda - oltre a quella un po' stiracchiata e pelosa del Cdr del Tg1 e dell'Usigrai sdegnati per i toni e per la «confezione» dell'attacco di Morri ma non per i contenuti - Mimun si richiude nella sua personale disciplina del silenzio. Una scelta che deriva anche dalla vicenda giudiziaria che il direttore del Tg1 ha ancora in piedi con l'esponente diessino, autore della dichiarazione della discordia. L'ex giornalista del Tg5 (ed ex direttore del Tg2) ha, infatti, in passato querelato Morri, chiedendogli 516mila euro a titolo di risarcimento. Il motivo? Il dirigente della Quercia, con la delicatezza che gli è propria, aveva definito «un'altra perla di giornalismo marchettaro» un servizio del Tg1. Un'ingiuria arrivata al culmine di una campagna di intimidazioni orchestrata dai Ds e da Piero Fassino in persona, con il segretario della Quercia arrivato ad accostare Mimun e il suo tg a propagandisti nazisti e dittatori comunisti come Goebbels e Ceausescu. Una sorta di ossessione contro un giornalista non irreggimentato e non omogeneo allo schieramento dominante in Rai, tradottasi spesso e volentieri in insulto. E che ha convinto il direttore del Tg1 a chiedere a Morri un miliardo di vecchie lire «da devolvere all'acquisto di tessere di Rifondazione o di qualunque altro partito possa dispiacergli». La magistratura, con uno di quei colpi di scena ai quali siamo abituati, ha stabilito in primo grado che dare del «marchettaro» non equivale a un insulto ma a una «critica legittima». Una curiosa disparità di giudizio visto che Giancarlo Galan per molto meno, ovvero per aver definito lo scorso anno il Tgr Veneto «un Soviet che fa solo propaganda» è stato condannato a risarcire due giornalisti del Tg locale con 130mila euro ciascuno. Così va il mondo. La questione, però, passa ora al vaglio della Corte d'Appello. E non è escluso che i nuovi insulti del «recidivo» Morri entrino nell'elaborazione del secondo grado di giudizio.
Quel che è certo è che né i verdetti giudiziari, né la disciplina del silenzio indossata da Mimun, serviranno a fermare il fuoco di sbarramento fatto esplodere dai soldati diessini, sempre attenti a cogliere la pagliuzza nei servizi del Tg1 ma sempre distratti di fronte alla trave della faziosità del Tg3 e della Rai dell'Ulivo.