Thailandia, il governo dà le dimissioni e i dimostranti sbloccano gli aeroporti

Per l’opposizione è una vittoria, per i sostenitori del governo un golpe bianco, per oltre 300mila turisti «prigionieri», tra cui un migliaio d’italiani, è la liberazione. A chiudere una vicenda che rischiava di metter sul lastrico il paese e innescare scontri sanguinosi ci pensa la Corte costituzionale thailandese. I supremi giudici di Bangkok dopo aver dichiarato illegali per brogli e corruzione le elezioni 2007 hanno sciolto i tre principali partiti di governo e radiato per cinque anni dalla scena politica il premier e i principali esponenti dell’esecutivo. Il contestato e discusso primo ministro Somchai Wongsawat deve così dimettersi e piegarsi alle pretese di un’opposizione che - dopo aver occupato per tre mesi i suoi uffici nella capitale - ha innescato il braccio di ferro finale lanciando, martedì scorso, il picchettaggio degli aeroporti.
La notizia più attesa in tutto il mondo arriva però dal capo dell’opposizione Sondhi Limthongkul che annuncia il totale sgombero degli scali per questa mattina. Per qualche ora la riapertura delle piste non è, però, garantita. A sentire i gestori dell’aeroporto i controlli alle attrezzature richiedono parecchi giorni. L’odissea delle migliaia di turisti non garantiti da un ponte aereo come quello organizzato per i nostri connazionali sembra dunque destinata a prolungarsi. A risolvere la questione ci pensa Vudhibhandhu Vichairatana, presidente del più importante dei due scali annunciando la riapertura in occasione del compleanno dell’amato re Bhumibol Adulyadej che compie 81 anni il 5 dicembre. «Abbiate fiducia, sarà il nostro regalo al sovrano» – dichiara Vichairatana spiegando che un’ispezione ha rivelato l’assenza di danni alle infrastrutture e ai sistemi di sicurezza dello scalo.
Sul fronte politico la decisione della Corte costituzionale cambia in verità ben poco. I deputati dei tre partiti non toccati dal bando dalla politica continuano a detenere la maggioranza e si preparano a dar vita ad un nuovo partito chiamato Pheu Thai (Per i thailandesi) con cui continuare ad amministrare il paese. Insomma la vittoria dei “gialli” - come vengono chiamati dal colore delle magliette i militanti dell’opposizione - rischia di tramutarsi in una nuova beffa. Anche il dimissionario primo ministro Somchai Wongsawat era arrivato al potere dopo l’estromissione del suo predecessore Samak Sundaravej, accusato di corruzione dai supremi giudici per i compensi percepiti partecipando ad un programma televisivo di cucina. Anche stavolta l’opposizione rischia di ritrovarsi tra i piedi un premier fotocopia. La costituzione non prevede elezioni finché esiste una maggioranza in Parlamento e gli eredi dell’attuale coalizione pensano di nominare un nuovo primo ministro già il 15 dicembre. La gattopardesca reiterazione di questa prassi rischia di trascinare il paese alla violenza e allo scontro frontale. L’attuale ondata di manifestazioni è già costata sette morti, l’ultimo dei quali ucciso lunedì notte da un ordigno lanciato da un cavalcavia ed esploso tra i dimostranti all’entrata dell’aeroporto. Il ritorno in piazza dell’opposizione e una ripresa dell’instabilità potrebbero risvegliare i generali e innescare l’ennesimo golpe militare.