THEODORE STURGEON Più che umano, alieno

Il ritorno di un autore culto di fantascienza. Inventore della «speculative fiction», spopolò negli anni ’50-70 suscitando elogi (e citazioni) di Vonnegut, Georges Perec e Arthur Clarke

«So chi inventò Kilgore Trout. Io. Lo feci coi denti storti. Gli diedi i capelli, ma glieli feci bianchi. Non lo lasciavo pettinare né andare dal barbiere; glieli feci crescere lunghi e arruffati... Kilgore Trout divenne così un pioniere nel campo dell’igiene mentale. Presentava le sue teorie camuffate da fantascienza». Così, nel 1973, Kurt Vonnegut presentava ne La colazione dei campioni uno dei suoi personaggi più folli e riusciti, lo scrittore sul cui monumento funebre campeggiava la scritta «Siamo sani soltanto finché le nostre idee sono umane», quello che poi nel film di Alan Rudolph tratto nel 1999 dal romanzo di Vonnegut venne incarnato da un ispirato quanto allucinato Albert Finney. Fu lo stesso Vonnegut ad ammettere poi che l’anarchico Trout non era affatto un parto della sua fantasia, ma era modellato su uno scrittore di fantascienza in carne e ossa, scomparso nel 1985: Theodore Sturgeon. Caso vuole che ora Sturgeon e il suo alterego tornino in libreria negli stessi giorni: Più che umano, romanzo di Sturgeon del 1953, inaugura la collana di fantascienza «Violadelpensiero» dell’editore Giano e dà il via alla ripubblicazione di tutti i romanzi e di un’antologia dei racconti dell’inventore della speculative fiction, mentre La colazione dei campioni torna con il marchio Feltrinelli nella traduzione classica di Attilio Veraldi pubblicata da Rizzoli nel 1974.
Forse Theodore Sturgeon non fu considerato «il più grande scrittore americano di racconti», come invece ha scritto Paul Williams nel 1976, vent’anni prima di consacrarlo, con la ripubblicazione completa delle sue opere, come uno dei grandi classici americani del Ventesimo secolo, ma sicuramente, nel ventennio Cinquanta-Settanta, si impose come il più originale scrittore di fantascienza del momento. E questo gli dispiacque. Perché temeva che qualcuno sentenziasse, come ad esempio ha fatto Marco Lodoli recentemente su Repubblica, che in fondo un grande scrittore di fantascienza non è uno scrittore assoluto, ma soltanto «un fuoriclasse in una squadra minore». Eppure, come del resto ha dichiarato poco tempo fa in un’intervista alla trasmissione Stracult il regista George A. Romero a proposito del cinema horror, la fantascienza ha permesso a Sturgeon e ad altri grandi di mantenere, a fronte comunque di anticipi e pubblicazione garantiti, una libertà di stile e contenuto altrimenti rara nel mercato letterario.
Al di là delle polemiche di genere, tuttavia, garantiamo Più che umano come un romanzo tout court, riuscito in pieno a realizzare gli intenti stilistici del suo autore quando dichiarò, a proposito del rapporto che voleva creare tra fantascienza e poesia: «La questione è come cambiare l’ordito della tua scrittura nel bel mezzo di una pagina. Mi interessa creare un effetto di rottura, come se all’improvviso si passasse dalla carta vetrata alla seta. Il modo in cui lo faccio è alternare alla prosa narrativa dei paragrafi di prosa metrica. Il cambiamento è drastico e il risultato è sconcertante. Se però è troppo evidente, se il lettore se ne accorge, allora hai fallito. Il trucco è riuscire a farla passare inosservata». L’idiota Lone, la telecinetica Janie, le gemelle nere e mute, ma capaci di teletrasporto, Bonnie e Beanie, il geniale down Baby e il micidiale adolescente assassino Gerry sono un gruppo di freaks capace di neutralizzare ogni dubbio sull’originalità creativa e speculativa di Sturgeon, vera zona temporaneamente autonoma in cui la teoria della Gestalt si fonde con il pulp.
Letteralmente sommerso di complimenti dai colleghi (Ray Bradbury si diceva roso da una tale invidia per la sua originalità da «sezionare ogni suo singolo racconto per estrarne le budella e scoprire come funzionava» e Arthur C. Clarke dichiarò che le sue storie avevano «un impatto emotivo mai eguagliato da nessuno scrittore»), fonte di ispirazione della cultura underground negli anni Sessanta (nel ’66 il San Francisco Oracle, in un articolo sulla nuova scena rock, parlava del diffondersi tra le band di «configurazioni gestaltiche sturgeoniane»), cult-man tra gli scrittori (oltre a Vonnegut, anche Georges Perec gli rese omaggio e infarcì La vita: istruzioni per l’uso di citazioni nascoste e allusioni al suo romanzo del 1950 Cristalli sognanti): Theodore Sturgeon fu tutto questo e molto altro ancora. Marinaio a bordo di un mercantile, gestore di un albergo in Giamaica, guidatore di bulldozer a Puerto Rico, pubblicitario per un’azienda produttrice di cristalli di quarzo. Ed è anche per merito dell’enorme quantità di materiale narrativo mutuabile da queste sue esperienze umane che non ci sono pianeti lontani, nella fantascienza di Sturgeon, né extraterrestri o pistole laser. I confini delle galassie lo interessavano poco, anche se fu sceneggiatore di alcuni importanti episodi di Star Trek: «Tutto accade dentro la tua testa», diceva. «C’è molto più da scoprire nello spazio interiore che in quello cosmico».
Nato Edward Hamilton Waldo nel 1918 a Staten Island, nello Stato di New York, prese il cognome del patrigno, che divenne spunto autobiografico sempre presente nei suoi romanzi, popolati da eroi-bambini che, oppressi dai mali oscuri degli adulti, sviluppano facoltà intellettive e sensoriali straordinarie. Vittima di violenze fisiche e psicologiche dall’infanzia alla prima giovinezza («Venivo brutalizzato di continuo. Avevo i capelli biondi e ricci, ero piccolo e magro, palliduccio e carino. Insomma, ero la vittima ideale...»), a vent’anni, a bordo della nave di cui sopra, mise a punto un piano per derubare l’American Express di qualche centinaio di migliaio di dollari. Ma al momento di agire, mollò il colpo e ne scrisse un racconto, che riuscì a vendere. Fu John W. Campbell, direttore di Astounding Science Fiction, rivista che lanciò Isaac Asimov, A.E. Van Vogt e Robert Heinlein, che pubblicò nel 1939 Ethel Breather, il suo primo racconto di fantascienza.
Solo nel 1950, tuttavia, Sturgeon riuscì a mettere insieme il suo primo romanzo importante, Cristalli sognanti (tradotto da Giampietro Calasso per Urania di Mondadori e per Adelphi nel ’97), in cui il «tema centrale del fanatico ossessionato dalla sete di grandezza e dotato di poteri inauditi» - come lo definì Carlo Fruttero - s’intreccia a una riflessione sulla diversità e l’infanzia, la vita e la morte che si rivela oggi ben più profetica, a proposito della direzione biotecnologica presa dalla scienza, delle allucinazioni cyberpunk anni Ottanta: «Non so quanta della loro vita occupi, ma i cristalli hanno un’arte», rivela il protagonista Horty Bluett nelle ultime pagine del romanzo. «Quando sono giovani, nel periodo dello sviluppo, si esercitano a copiare. E quando si accoppiano, ammesso che si tratti di accoppiamento vero e proprio, creano qualcosa di nuovo. Invece di copiare, prendono un essere vivente, cellula per cellula, e lo ricreano secondo i canoni di una bellezza di loro invenzione».