Il Thielemann «pagano» incanta con Zarathustra

Alberto Cantù

da Salisburgo

Dopo essere stato dieci anni sulla montagna, Zarathustra saluta il sole nascente e annuncia la sua volontà di scendere fra gli uomini e dispensare loro la propria sapienza. Liberamente ispirato a Nietzsche, il poema sinfonico Così parlò Zarathustra apre con questa immagine ossia con la rappresentazione musicale del sorgere del sole che tutti conoscono grazie ad un film epocale: 2001 Odissea nello spazio.
Dal rumore informe, dal caos la musica poco a poco prende corpo e sfolgora nell’abbagliante «motivo della natura» il quale esplode, in tutta la sua esultanza, nel fortissimo dell’intera, smisurata orchestra sull’accordo di do maggiore: la tonalità primigenia.
Per Christian Thielemann, direttore germanico ad oltranza, questa musica, questi gesti sonori pagani e vittoriosi sono pane quotidiano così come le partiture dell’Otto-Novecento tedesco da Beethoven a Brahms, da Bruckner a Pfitzner, da Schumann a Wagner che propone a concerto, in teatro e su disco da Generalmusikdirector della Filarmonica di Monaco, l’orchestra che fu di Celibidache.
Al Festival di Salisburgo, nel concerto inaugurale con i Wiener Philharmoniker i quali «filtrano» e depurano la sua germanicità, Thielemann ha proposto un «tutto Richard Strauss» fatto di titoli molto popolari: oltre allo Zarathustra, quel tour de force virtuosistico, quel circolare, furioso, inebriante poema che è Don Juan.
A lavori così noti ha accostato quattro Lieder con orchestra di rara proposta: lavori ampi e importanti, studiatissimi nel rapporto voce-orchestra a partire da un Inno (poesia di Gustav Schilling) dove dalle arpe e dagli archi si dispiega un canto dalle ampie arcate melodiche, ricco e pieghevole come solo Strauss sa creare. Solista ideale, dove l’eleganza dell’uomo fa il paio con l’intelligenza e il gusto dell’artista, era il baritono Thomas Hampson con la sua voce morbida, solo un poco affaticata negli acuti e nei pianissimo. Un Hampson capace di scolpire la parola nel tempestoso Viaggio notturno dove l’orchestra descrive, come in un poema sinfonico con archi e ottoni furibondi. Un interprete che eccelle nel drammatico e appassionato Notturno fra trasparenze lunari dei fiati e un violino spettrale.
Guadagnato il podio con passo teutonico, il direttore berlinese (a Monaco dal 2004) imposta un Don Juan serrato, asciutto, dove fervore e tensione non vengono mai meno. Riprendono lena dopo l’a solo sensuale del violino, dopo la malinconia struggente e molto «fine secolo» dell’oboe col suo tema d’amore, dopo l’episodio burlesco della festa in maschera. Chiarezza analitica e un magistrale esplodere dei corni, sul tremolo degli archi, quando la morte del protagonista, dopo tante tempeste, si avvicina.
Anche nello Zarathustra Thielemann unisce furore dionisiaco e delibate dolcezze, sonorità misteriose e valzer leggeri e molto novecenteschi perorazioni sfogate ma senza pesantezze, una fuga terremotante e il tenero congedo dei due violini da serenata. Poi, messa da parte l’austera germanicità, saltella sul podio come un grillo, parlotta e scherza coi professori d’orchestra, fa alzare tutte le prime parti e le file dei Wiener per i consensi del pubblico, che sono torrenziali. Tedesco e furbetto.