Thomas Bernhard il Nulla da segnalare

«Nelle sue variazioni su un tema sostanzialmente monocorde, la scrittura di Bernhard ha una sua inconfondibile originalità e una sua assillante forza d’urto: i suoi libri colpiscono come un pugno, per usare un’espressione di Kafka, col quale Bernhard ha un sostanziale, anche se ben delimitato rapporto di parentela». Così Claudio Magris in un suo saggio compreso nel volume Il romanzo tedesco nel Novecento (Einaudi, 1973). Tale originalità di Thomas Bernhard (del cui primo romanzo, Gelo, del 1963, oggi riedito da Einaudi, parleremo brevemente) viene rilevata per distinguere questo autore dall’«industria della negazione», che, secondo Cesare Cases, «è divenuta la più scontata e redditizia delle mode»: frasi perfette, ma che a loro volta necessitano di una precisazione. La documentazione del male e del nulla che costituisce il tema dominante nelle undici opere narrative (dal ’63 al ’70) di questo instancabile atleta della distruzione e dell’orrore, può risultare attendibile e soprattutto letterariamente valida, solo a una condizione: che essa presupponga una realtà morale e intellettuale alternativa, altrimenti lo straripare della «negatività» non può che essere fittizio.
Arretrando nei secoli, faccio un esempio: un poeta assolutamente e violentemente negativo, Giovenale, le cui satire nulla assolvono e costruiscono agghiaccianti immagini di corruzione, di stupidità, di violenza, ma presupponendo un giudizio. Ma ogni giudizio (e Bernhard non fa altro, anch’egli, che giudicare) non può non presupporre una qualche specularità positiva, una fede, insomma qualcosa senza la quale il giudicato non sarebbe neanche percepibile. Come farebbe, chiunque sia immerso nella turpitudine, a sentirla come tale e addirittura a rappresentarla, senza avere in sé almeno un bagliore di purezza? Giovenale credeva, pur con qualche dubbio, nella virtù degli avi agricoltori. In cosa crede Bernhard? Se egli non crede in nulla, la sua requisitoria e i suoi cataloghi di obbrobri, di incubi, di ridicole o tragiche assurdità, non sarebbero altro che quinte artificiali di un’abile ma fittizia rappresentazione ben lontana dalla tragedia universale che essa vorrebbe rappresentare.
Ma veniamo a questo Gelo (Einaudi, pagg. 355, euro 20, trad. Magda Olivetti). È un volume che sembra raccogliere i motivi dominanti in tutte le opere successive dell’autore. La vicenda è strutturalmente semplice: Strauch, pittore folle, si isola dal mondo rifugiandosi nell’orrido e gelido paese di Weng, dove suo fratello chirurgo lo fa sorvegliare da un suo praticante (che poi diventa il narratore); la gente di Weng è di bassa statura, abbrutita da un’incontenibile lussuria e dall’ubriachezza; la locanda dove Strauch si è stabilito è gestita da una donna che ha il marito in carcere e intanto si porta a letto quanti più amanti può. Insomma l’orrore è dovunque e le interminabili divagazioni di Strauch non sono altro che una spietata requisitoria contro una malattia che inquina il mondo e si installa come autodistruzione nella stessa persona del parlante. Ma si tratta di una «follia lucida», che dunque ha perfetta consapevolezza di sé e crea con la sua esplosiva negatività un mondo virtuale opposto a quello reale, ma non meno attendibile, e quindi involontariamente «vivo», forse più vivo della «normalità» sconsacrata.
La negazione di Bernhard è largamente debitrice a quella del nostro Leopardi che in A se stesso scrive: «Omai disprezza/ te, la natura, il brutto/ poter che, ascoso, a comun danno impera/ e l’infinità vanità del tutto», e nella Ginestra si beffa de «le magnifiche sorti e progressive», non già in funzione conservatrice, ma di stimolo a tutte le idee di rinnovamento che troppo spesso degenerano in una dilettantesca demagogia parolaia.