THOMAS PAINE Il rivoluzionario di buon senso

Torna il pamphlet del polemista inglese che nel 1776 infiammò l’America. E ne cambiò il destino

Il supposto «diritto divino» dei sovrani? Una boiata pazzesca, un sopruso non solo di fronte agli uomini, ma di fronte a Dio stesso, visto che, nella Bibbia, «la monarchia è annoverata come uno dei peccati degli ebrei, per i quali essi meritano un particolare anatema». L’ereditarietà della corona, il diritto dinastico? «Un insulto, una soperchieria nei confronti dei posteri», visto che, ammesso e non concesso che una persona abbia potuto, per meriti eccezionali, essere incoronato dai suoi contemporanei, «i suoi discendenti potrebbero però essere del tutto indegni di ereditarli». E il governo stesso, in fondo, costituisce, «proprio come gli abiti, il simbolo della perduta innocenza; i palazzi dei re sono stati eretti sulle rovine delle dimore del paradiso terrestre», perché se gli uomini fossero angeli, perseguirebbero il bene senza nessuna necessità di un potere coercitivo. Visto che è un male necessario, occorre che i suoi fini, e cioè la libertà e la sicurezza dei cittadini, siano garantiti da una istituzione che li persegua «con la minore spesa e i maggiori vantaggi»: costituzionale e, ovviamente, repubblicana.
Il pamphlet intitolato Senso comune - ora riproposto dall’editore liberilibri, pagg. 120, euro 13) - viene pubblicato nell’edizione definitiva (in un primo momento anonimo) nel 1776, a Filadelfia, lo stesso anno mirabile de La ricchezza delle nazioni di Adam Smith e della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, redatta in gran parte da Thomas Jefferson. Ne è autore un altro Thomas, Paine, un immigrato dalla vecchia Inghilterra, quarantenne (era nato il 29 gennaio 1737) e dalla vita alquanto scombiccherata. Era giunto recentemente nel Nuovo mondo piuttosto male in arnese, ma con una lettera di presentazione di un certo Benjamin Franklin. Tanto gli bastò. Da spirito libero, abbracciò la causa dell’indipendenza delle tredici colonie con una nettezza quasi scandalosa per i contemporanei, ancora indecisi se prendere le armi o proseguire nella via della trattativa. Da autodidatta di genio, diresse giornali e, attraverso il suo libello Senso comune, diede un impulso decisivo al movimento rivoluzionario: secondo i maggiori protagonisti della Rivoluzione americana, e di molti storici, nessun altro scritto ha avuto un’efficacia così decisiva per la storia degli Stati Uniti.
Il suo Senso comune fece il botto. Fresco di stampa, distribuito per le strade di Filadelfia ebbe un successo folgorante. Solo in quell’anno, il 1776, se ne vendettero 100mila copie. Presto furono oltre 500mila copie. Praticamente, ogni americano in grado di leggere ne divorò una copia, visto anche che Paine aveva adottato un linguaggio piano, alla portata di chiunque, e che la sua «dimostrazione» della necessità dell’indipendenza, basata, per l’appunto, sul common sense, il «senso comune», appariva quasi autoevidente.
Ma c’è di più. Il libello è quasi una visione profetica della mission degli Stati Uniti d’America e costituisce una pietra angolare della religione civile a stelle e strisce: «La causa dell’America - scrive Thomas Paine già nell’introduzione - è in grande misura la causa dell’umanità intera. Si sono verificate, e si verificheranno, molte circostanze, non a carattere locale, ma dalla portata universale, che interessano i principi cari a tutti gli amici del genere umano, e il cui esito non può lasciare indifferenti i loro cuori».
Al centro dell’ideologia painiana sono i «diritti naturali dell’umanità intera» e la necessità che il futuro Stato sia «asilo ai perseguitati difensori della libertà civile e religiosa provenienti da ogni parte d’Europa». «Su tutta la superficie del pianeta si dà la caccia alla libertà... Accogliete dunque la fuggitiva e preparate in tempo un rifugio per il genere umano», è l’accorato appello dell’esule.
Come nota Pietro di Muccio de Quattro nella sua attenta prefazione alla nuova edizione dell’opera, «Paine quasi antivede i principali specialissimi caratteri dei futuri Stati Uniti, quella loro irripetibile qualità» che sarà definita «eccezionalismo americano. Gli Stati Uniti faro e baluardo della libertà; custodi e affidatari dei diritti naturali del genere umano; terra delle opportunità per i derelitti d’ogni dove». E, si può aggiungere proprio a partire dalle osservazioni di Senso comune, patria di quel particolarissimo costituzionalismo liberale repubblicano che garantisce a ciascuno, per dirla con Thomas Jefferson, l’autonomo perseguimento della propria via alla felicità.
Paine era uno che «ci credeva». E sul serio. Alle parole fece seguire i fatti, tanto da arruolarsi, volontario, nelle truppe indipendentiste. Se ne dovette tornare in Inghilterra, a causa di un incidente diplomatico. Difese il luglio francese, contro chi, come Edmund Burke, in Riflessioni sulla Rivoluzione di Francia (1790), temeva (e neppure a torto) una svolta autoritaria e si preoccupava di quella che appariva una cesura storica troppo violenta. Per Paine, invece, non c’erano dubbi. Anche la rivoluzione francese, come quella americana, sgorgava dai Diritti dell’uomo, ennesimo pamphlet dell’inesauribile scrittore, a seguito del quale dovette per l’ennesima volta fare i bagagli ed espatriare oltre Manica. Solo che la piega che stavano prendendo gli eventi era affatto diversa da quella che il vecchio rivoluzionario poteva auspicare. Eletto deputato alla Convenzione, rischiò la testa, lui ferocemente antimonarchico, per salvare quella di Luigi XVI. Si batté invano per esiliare il sovrano spodestato e, incarcerato, fu lì lì per seguirlo sulla ghigliottina. In galera scrisse un ennesimo, appassionato volume, Le età della Ragione, in difesa del diritto dell’uomo alla libertà religiosa. Nessuna delle traversie, infatti, poteva farlo deflettere dai suoi principi. Morì in America, nel 1809.
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