Il thriller da leggere in un fiato svela chi è il mostro di Bargagli

Il romanzo di Giorgio De Rienzo ricostruisce il più controverso mistero della Liguria

«Non un libro revisionista, ma contro la mitologia della Resistenza». Giorgio De Rienzo, critico letterario del Corriere della Sera, introduce così il suo thriller-storico «Il mostro di Bargagli», presentato alla Assolibri di via San Luca insieme agli amici-colleghi Francesco Cevasco, responsabile di Focus e Lanfranco Vaccari, direttore del Il Secolo XIX. Ossia i Cesco e Leo del libro: protagonista e deus ex machina sul filo di una storia tripla a ritroso e in prospettiva, sulle tracce d'una possibile soluzione dell'enigma che ha roso gli animi e macinato sensazionalismi. Dove «la fantasia applicata alla narrazione è un trucco - anticipa Cevasco - Giusto qualche trovata per reggere il thriller, ma quasi tutto ciò che è scritto è avvenuto. Gli stessi nomi se non sono reali somigliano, per metrica o anagramma». La Bargagli dei delitti torna scarnificata all'osso, e «proprio per l'impossibilità di trovare riscontri discutibili dell'intreccio tra bande di partigiani e bande di criminali - insiste Vaccari - la faccenda poteva essere raccontata solo attraverso l'artificio retorico di De Rienzo, in un chiave interpretativa tra giallo-storia e psicologia».
Spunti ad una lettura in bilico tra anni, fatti e uomini. «Il mio Francesco, protagonista del libro - racconta De Rienzo - è un giornalista serio. Nato a Bargagli e cresciuto come cronista a Genova, segue la vicenda-mostro fino ad un certo punto. Poi la scelta di trasferirsi a Milano e l'urgenza di seguire quei fatti attraverso gli articoli dei colleghi, perché ha la sensazione molesta che quella storia lo debba interessare personalmente». Indizi a dimostrare il teorema che dà forza al thriller cucito in parallelo: la presa di coscienza, gli incontri, la scoperta del mostro, l'abisso, e la mano che t'agguanta in una risalita che risucchia in toto il protagonista. Mentre la traccia resta la ricerca storica a Bargagli. Un omicidio via l'altro a esplodere in fenomeno mediatico: «Da qui l'insofferenza per una pressione che finisce per condizionare la magistratura - attacca De Rienzo - La cronaca dal 61 al 73 è corretta, poi scatta il desiderio della notizia a tutti i costi con le conseguenti forzature».
Zoom sulle due inchieste collegate ad un delitto del 45, quello dell'appuntato Carmine Scotti: «entrambe - insiste De Rienzo - andavano nella stessa direzione, ossia l'archiviazione, in forza d'un decreto del '53, che con l'indulto annulla i crimini durante la guerra partigiana». Da qui la molla per l'approccio altro ai fatti. De Rienzo sceglie di starsene un mese a Bargagli, qui conosce un professore esperto di storia medievale con il vizio di scrivere di Resistenza. È il dietro le quinte del libro: il paese misurato passo passo e lapidi commemorative a confronto. Date che non tornano e onorificenze appiccicate contro ogni logica. Domande, tante, che l'autore assomma nel suo Cesco, persona e personaggio, che vive nel terrore della verità e nel rimorso di non avere fatto passi avanti per cercarla. «Se c'è un nodo politico importante - precisa De Rienzo - non è quello di considerare la Resistenza fatto storico fondamentale, ma di mitizzarla. L'Italia è condannata a questo: Resistenza-mito intoccabile a cancellare una serie di pasticci politici e connessioni strane».
Quanto al revisionismo, «ha senso solo se è di questa mitologia». Riaggancia l'episodio dei mandati di comparizione per undici ex partigiani, «di cui due medaglie d'argento (borsaneristi della banda dei Vitelli) e del concomitante ed eclatante conferimento, da parte dell'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, della medaglia d'oro a Bargagli per la Resistenza, quando i nomi dei martiri incisi sulla stele sono solo tre. Un po' pochi per una tale onorificenza». Insiste sulla necessità di rivedere cosa c'era dietro la Resistenza: «Indicativo il fatto che i documenti integrali relativi non siano consultabili fino al 2025, e i dati del Cln di Genova sono di uno squallore inaudito con spartizioni previste per il dopo, una sorta di manuale Cencelli per un movimento di popolo strumentalizzato da pochi manovratori». Livello critico e intreccio, su una mappatura fedele dei delitti. De Rienzo li racconta naturalmente, incrociando tre piani temporali differenti: l'io narrante-giornalista ci affonda, li spolpa e li distilla a riguadagnare un rimosso e individuare una plausibile chiave interpretativa. Ecco l'incontro di Cesco con il Professore che gli passa documenti sui giorni del '45, sulla resa dei tedeschi agli americani e sui rotoli di banconote e casse con lingotti e gioielli che si portavano dietro nella ritirata. Nel libro, «i sapisti di Boasi erano riusciti a requisire con un colpo di mano il tesoro dei tedeschi», dovevano consegnarlo al Comando, e Aldo Gastaldi «Bisagno» manda un suo fidato a seguire l'operazione. Ma gli uomini muoiono sotto i mitra di qualcun altro: è la prima strage, «niente però trapela del tesoro». Poi l'equivoco sulla banda dei Vitelli, «che fecero iniziare la storia dall'esecuzione dell'appuntato Carmine Scotti» e l'intuizione che «a Bargagli c'era un'altra banda che, nella primavera del 45, si era trasformata in una piccola brigata partigiana che era riuscita a prendere in mano il paese. E il capo era...». In controcanto il partigiano Aldo Gastaldi «Bisagno» schizzato nella sua integrità e lealtà, la copia del suo memoriale in cui scrive che a Bargagli stanno accadendo cose atroci, la morte strana vicino a Desenzano e l'ipotesi del «finto partigiano di Bargagli salito sul convoglio di Bisagno mescolandosi con gli alpini». Una catena di delitti che, nel libro, trova il suo «mostro», un incastro di tessere autentiche ripulito dai sensazionalismi, un approccio ai documenti sulla distanza e le domande costanti sulle incongruenze. Dettagli sagomati e scagliati con la forza d'una scrittura asciutta e incalzante, a restituire luce nuova al quadro vero.
«Il mostro di Bargagli» di Giorgio De Rienzo, Editrice Rizzoli, 275 pagine, 18 euro