Il thriller più atteso al mondo? È di un italiano sconosciuto

Gara tra gli editori internazionali per i diritti del "Suggeritore",
opera prima del criminologo trentenne Carrisi. Uscirà anche in Russia,
Germania e Brasile 

Ogni anno, qualche mese prima dell’arrivo del fatidico appuntamento con il Salone del Libro di Francoforte, agenti letterari ed editor si attivano per cercare di scoprire quale sarà il thriller internazionale della stagione e per poterselo accaparrare prima della concorrenza. Negli ultimi anni abbiamo assistito alle favolose aste per aggiudicarsi Dan Brown, Tob Rob Smith, Matthew Pearl, Stieg Larsson e per poter pubblicare i loro Il Codice da Vinci, Bambino 44, Il circolo Dante e Millennium Trilogy. Ma mai era capitato nella storia del thriller italiano che un nostro scrittore venisse super richiesto prima ancora della sua pubblicazione.

È capitato a Donato Carrisi e al suo Il suggeritore. Un libro nel quale hanno creduto subito due agenti letterari come Luigi e Daniela Bernabò prima ancora che l’autore terminasse la sua opera e che immediatamente ha trovato in un editore come Longanesi il giusto promotore di un’opera che ancora prima della sua uscita era già stata acquisita in Germania, Olanda, Spagna, Russia, Brasile e Grecia. Ancora più sorprendente è il fatto che Il suggeritore sia un’opera prima. Donato Carrisi infatti dal 1999 ha iniziato a scrivere sceneggiature per il cinema e la televisione siglando in particolare per Canale 5 la fiction Nassiriya - Prima della fine e la miniserie di Raiuno Era mio fratello, ma non aveva mai firmato un romanzo. Ed è curioso pensare che la maggior parte dei thriller italiani di successo degli ultimi anni, siano arrivati al traguardo del grande pubblico più grazie a un iniziale passaparola piuttosto che seguendo una precisa strategia di lancio di marketing. Per Il suggeritore possiamo invece assicurarvi che nulla è stato lasciato al caso: lettera personale dell’editore a tutti i possibili recensori, copie staffetta ai librai, speciali bookshelf per esporre il libro, ecc.

Ma che cos’è che ha colpito immediatamente l’attenzione dei primi lettori del romanzo d’esordio di Carrisi tanto da poter decidere di trasformarlo in un vero e proprio caso letterario ancora prima di pubblicarlo? Sicuramente l’autore è un ottimo conoscitore del mondo giudiziario: è laureato in giurisprudenza e in particolare ha dedicato la sua tesi alle sanguinose vicende di Luigi Chiatti, il Mostro di Foligno. Inoltre, fin dalle prime pagine del suo avvincente thriller, ci si accorge che Donato Carrisi sa evocare immediatamente sulla pagina le atmosfere dei più seguiti serial americani da Csi a Criminal minds da N.C.I.S. a Senza traccia. Volontariamente l’autore ha scelto di non ambientare le vicende del suo libro in Italia ma ha anche deciso di non contestualizzare precisamente la località americana (ma potrebbe anche essere francese) dove si svolgono le vicende il che ha sicuramente incuriosito gli editor internazionali che hanno deciso di acquisirlo. E soprattutto l’idea vincente del romanzo è quella di avere sottoposto ai lettori una nuova categoria di criminali imprendibili che si va ad affiancare a quella temutissima e allo stesso amatissima dai lettori dei serial killer.

Stiamo parlando dei «suggeritori» ovvero quei criminali capaci di spingere gli altri al delitto. Già lo scrittore americano Jeffrey Deaver nel suo La bambola che dorme aveva esplicitato con la figura del suo Daniel Raymond Pell (che i giornali hanno soprannominato il figlio di Manson) quanto pericolosa fosse la figura di un plagiatore se messa al servizio del crimine. E Carrisi (che dichiara di essere un accanito lettore di Deaver ma anche delle storie non meno adrenaliniche di Andrew Klavan) esplicita, dal canto suo, in alcune note al suo thriller che «la letteratura criminologica ha cominciato a occuparsi dei “suggeritori” in relazione all’evolversi del fenomeno delle sette». Fenomeno che negli Stati Uniti è stato ampiamente studiato e documentato dalle indagini del Fbi e che pone molteplici problemi. «La difficoltà maggiore - prosegue Carrisi - è proprio quella di fornire una definizione di “suggeritore” che sia spendibile ai fini processuali, perché investe direttamente le categorie dell’impunibilità e della punibilità. Infatti, laddove non esiste un nesso casuale fra l’attività del colpevole e quella del suggeritore, non è possibile ipotizzare un qualche tipo di reato a carico di quest’ultimo. Il ricorso alla figura dell’istigazione a delinquere in molte situazioni è risultato troppo debole per impartire una condanna. Perché nel caso dei suggeritori si va al di là di un semplice plagio. L’attività di questi individui concerne un livello subliminale di comunicazione che non aggiunge un intento criminale alla psiche dell’agente, semmai fa emergere un lato oscuro - presente in maniera più o meno latente in ognuno di noi - che porta il soggetto a commettere uno o più delitti. È emblematico, a tale proposito, il caso Offelbeck del 1986: la casalinga che riceve chiamate da un anonimo telefonista e che poi, di punto in bianco, un giorno stermina la famiglia somministrando nella minestra veleno per topi».

E proprio al lato oscuro presente in ognuno dei protagonisti del Suggeritore è dedicata la maggior parte delle pagine del thriller di Carrisi che mette in scena una Squadra speciale di investigatori che mostra spesso di avere un passato da incubo e di avere turbe dalle quali si può riemergere solo come vittime o carnefici, raramente come eroi o paladini della giustizia. Seguiamo così da vicino le indagini dell’esperta nel recupero di persone scomparse Mila Vasquez e del criminologo Goran Gavila, ma anche le vicende giudiziarie di un misterioso ergastolano senza nome che ha una vera e propria ossessione per l’igiene e per far sparire qualsiasi traccia organica che potrebbe portare alla sua identificazione. Il ritrovamento di sei arti, appartenuti a piccole bimbe scomparse, e seppelliti in strane fosse, porta gli inquirenti a supporre l’esistenza di un nuovo mostro ma agli indagatori non basterà sapere né il «come», né il «perché», né il «chi» della situazione per arrivare alla soluzione del caso.

Ed è proprio il dottor Gavila (che tiene appesa nell’aula dove insegna la foto in bianco e nero di un bambino piccolo e paffuto che in realtà gli studenti scoprono essere nientemeno che Hitler) a ricordare ai lettori come il male sia molto più vicino a loro di quanto si possa pensare: «Li chiamiamo mostri perché li sentiamo lontani da noi, perché li vogliamo diversi. In realtà ci assomigliano in tutto e per tutto. Ma noi preferiamo rimuovere l’idea che un nostro simile sia capace di tanto. E questo per assolvere in parte la nostra natura. Gli antropologi la definiscono “spersonalizzazione del reo” e costituisce spesso il maggior ostacolo all’identificazione di un serial killer, Perché un uomo ha dei punti deboli e può essere catturato. Un mostro no».