Come ti racconto i libri senza leggerli

Quante pagine al giorno dovrebbe «divorare» un critico per commentare tutti i romanzi di cui scrive? Abbiamo provato a contarle: decisamente troppe...

Ho una collega che quando mi sveglio per portare il figlio all’asilo, lei ha già letto i giornali, scritto una recensione e tradotto 40 pagine di Heidegger. Quando entro in redazione, verso mezzogiorno, lei ha scritto il secondo pezzo, intervistato una scrittrice scozzese via mail, uno colombiano di passaggio all’Hotel Manin e buttato giù cinque cartelle per un’introduzione a una riedizione di Jünger. O di Schnitzler. O di Hofmannsthal. E fatto un’ora di piscina. Io, ad andar bene, a quell’ora ho sfogliato due quotidiani, inseguito da un vago senso di angoscia: «Sono in ritardo, sono in ritardo» continuo a ripetermi.
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La recensione perfetta, si dice, deve avere come ingredienti qualità, competenza, distacco e malafede. Ma il Recensore Perfetto deve averne una in più: la quantità. E non importa se per scrivere molto si finisce per leggere poco. Fatti due conti sulla media dei libri recensiti dai nostri critici letterari, passando in rassegna giornali e riviste di un mese qualunque - aprile ad esempio - non può che essere vero l’assunto secondo il quale il Recensore Perfetto i libri non li legge. Li annusa. Tecnicamente, per chiunque abbia un lavoro e una vita sociale, leggere più di un paio di libri a settimana è un’ipotesi che veleggia tra l’impossibile e il molto poco probabile.
Ma come fa - giusto per cominciare con il Principe dei Recensori Perfetti - Antonio D’Orrico, uno pericolosamente convinto che è meglio leggere Faletti e Vitali piuttosto che Kafka e Musil, a recensire in un mese sul Magazine del Corriere della Sera nell’ordine: Fuoco amico di Yehoshua (pagine 398), La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Dìaz (346 pagine), i racconti di Nabokov (758 pagine), il thriller-polpettone Bambino 44 di Tom Rob Smith (pagine 444), intervistare Gennaro Gattuso sul suo nuovo libro (134 pagine), scegliere l’anticipazione dell’ultima (speriamo) fatica di Lucrezia Lerro (pagine 166), liquidare ogni giovedì in 25 parole tre libri per complessive - in media - 680 pagine e assegnare un «Premio» (spesso un «Antipremio») da 190 pagine circa a botta? In tutto sono 5328 pagine al mese (senza contare i pezzi per il Corriere) che significa 178 pagine al giorno, tutti i giorni, festivi, vacanze e mal di testa compresi. Se D’Orrico di giorno scrive, vuol dire che legge alla sera, prima di addormentarsi. Tutte le sere. Senza sesso e senza tele.
Comunque, c’è chi sta peggio. Giorgio De Rienzo, il forzato dei forzati della recensione, l’Imperatore della Recensione Perfetta, la Mariarosa Mancuso della Letteratura, sul Corriere della Sera in aprile ha recensito: Mater Camorra di Luigi Compagnone (pagine 206), due volumi di De Amicis e Giocosa sul vino (pagine 124), Incanto dell’amico Romano Battaglia (pagine 142), La Modista di Andrea Vitali (pagine 386), H di Andrea Ferrari (pagine 160), la riedizione del saggio Sul mestiere dello scrittore e sullo stile di Schopenhauer (pagine 190), Tutti qui con me di Luisa Adorno (pagine 186) oltre a compilare una pagella a settimana (totale pagine 1195, media voto 5). Il che vuol dire 2589 pagine al mese. Ottantasei al giorno. Senza contare corsivi, rubriche ed elzeviri, l’insegnamento universitario, le consulenze editoriali, i propri libri da scrivere. Al confronto, l’amico Francesco Borgonovo, penna di Libero abbondantemente sopra la soglia massima di produttività giornalistica, è uno scansafatiche: ad aprile ha parlato “solo” del saggio Città come opera d'arte di Marco Romano (pagine 114), del romanzo L'ottava vibrazione di Lucarelli (456), di Nazirock di Claudio Lazzaro (pagine 160, più cd di due ore), de Il contagio di Walter Siti (pagine 340), del romanzo-documento di Jurij Druznikov (pagine 336), dei Romanzi beffardi di Théophile Gautier (pagine 202), della pubblicazione dei verbali del processo a Oscar Wilde (pagine 174) oltre a polemizzare su Il matematico impenitente di Odifreddi (pagine 360) e presentare i nuovi «Bianciardini» di Leo Longanesi (60 pagine). “Appena” 2200 pagine. Al netto del massacrante lavoro di redazione.
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Se un recensore, fosse anche il Recensore Perfetto, stronca un libro con argomenti pretestuosi, con giudizi che riproducono pre-giudizi comuni, magari anche con falsificazioni tendenziose, e magari senza nemmeno averlo letto per intero, l’autore del libro cosa deve fare? Pier Paolo Pasolini, sul fastidioso dilemma, ci scrisse sopra un saggio. Uno scrittore qualsiasi s’incazza e basta. Il lettore comune, invece, potrebbe chiedere al recensore di ripagargli il prezzo del libro.
Tacendo di Giorgio Montefoschi (200-300 pagine a settimana su Io Donna e un migliaio al mese sul Corriere della sera) e dell’ottimo Paolo Di Stefano (un migliaio al mese sul Corriere della sera più il commento settimanale de «Il piccolo fratello» e il questionario di Io Donna), rimane il caso Corrado Augias: nella sua “Babele” su Venerdì di Repubblica, il mese scorso ha affrontato col piglio intellettuale che tutti gli riconosciamo sei libri (robetta: due saggi di teologia e due di storia sui rapporti tra cristiani e musulmani, un romanzo di quella collaborazionista antisemita della Nemirovsky e il D’Annunzio di Giordano Bruno Guerri), per un totale di 1400 pagine, e poi ne ha “segnalati” altri otto (dalle misere 118 pagine del Dizionario dei luoghi non comuni di Samuel Butler alle 558 del mattone di Josè Rodriguez Dos Santos) per ulteriori 2451 pagine. Totale: 3852. Augias, che è il decano del giornalismo culturale, di certo le ha lette tutte. Ma dove trova il tempo per scrivere, rispondere tutti i giorni ai lettori di Repubblica, firmare commenti volanti, condurre una trasmissione tv (sui libri, ovviamente) e al sabato, magari, firmare su l’Almanacco dei libri?
Le recensioni, si dice, sono un male necessario. I recensori sono i demoni del giornalismo, diavoletti che infilano la coda in quotidiani, femminili, riviste intellettual-chic, fogli underground, magazine patinati e siti vari. C’è chi come l’amico Gian Paolo Serino - il critico letterario con il maggior numero di collaborazioni della storia del giornalismo mondiale - spazia da Repubblica a Il Giornale, da il Venerdì a Rolling Stone, da GQ a Satisfiction. Chi, come l’amico Giuseppe Genna, più rapsodicamente rimbalza dal suo sito corsaro giugenna.com alla bibbia degli aristovip Vanity Fair. E chi, più sobriamente ma costantemente, come l’amico Giuseppe Scaraffia, passeggia col suo fare da dandy dal «Domenicale» del Sole 24 Ore a Donna Moderna, con qualche visitina a Il Foglio. Tutta gente tra le due e le tremila paginette al mese.
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Saltando i Precari della recensione (seconde e terze file del giornalismo che al massimo riescono a strappare 50 righe una settimana sì e una no su Tuttolibri, come Giuseppe Culicchia; o sull’«Almanacco dei libri» di Repubblica, come Umberto Galimberti, ad esempio), rimangono i Baroni, i recensori da rubrica fissa. I più pericolosi. Insediati nel loro castello di carta, sparano «pezzi» con una precisione millimetrica. Ogni settimana, senza sgarrare, stesso numero di libri, stesso numero di righe. Variano solo le pagine lette (?). Come Nicoletta Sipos sulla pagina dei libri di Chi: quattro recensioni secche a settimana (16 al mese, 208 all’anno, cose che neppure Borges quando ci vedeva...), o Cara Ronza, regina della pagina dei libri di Arte (fino a 10-12 recensioni al mese), o Maria Elena Arcangeletti su Bell'Italia (otto recensioni al mese, dalla guide turistiche ai romanzi). O Pasquale Chessa, potentissimo gatekeeper letterario che dalla sua personalissima (e intoccabile) «Biblioteca minima» su Panorama filtra due libri a settimana per una media (calcolata nel mese di aprile) di 1385 pagine. Almeno lui, nei giudizi (in stellette) è di manica larga. Giulia Borgese, su Io Donna - tre recensioni a settimana, per un diluvio di 2665 pagine al mese - al confronto è una iena. Amatissima dalle lettrici e temutissima dagli editori, si dice che molti uffici stampa evitino di spedirle i libri, per non doversi ritrovare, in calce alle sue mini-recensioni, staffilate ammazza-vendite del tipo: «Deprimente» (per Tecniche maldestre di corteggiamento di Paul Vlitos), o «Linguaggio insopportabile» (per Alabama Blues di Tom Franklin) o «Povera bambina!» (per Cara Bombo... Berlusconi spiegato a mia figlia di Angelo Mellone).
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Forse ho capito cosa fare. Domani mattina, quando quella mia collega accenderà il computer per scrivere la sua prima recensione, mi girerò dall’altra parte. Poi, entrerò in redazione a metà pomeriggio, senza alcun senso di angoscia, pescherò a caso nella pila di libri sulla scrivania, li annuserò sbirciando la quarta di copertina, e poi butto giù anch’io due o tre recensioni.
L’arte sublime di stroncare i libri senza leggerli.