Come ti regolo la Rete proteggendo gli autori

Ha suscitato reazioni prevalentemente negative l’ultima delibera dell’Agcom volta a rafforzare il controllo della legalità in Internet. Un primo risultato di quelle contestazioni è che lo schema di regolamento è stato ammorbidito rispetto a quello originale, escludendo i siti senza finalità commerciali e permettendo il ricorso alla magistratura ordinaria.
La grandi questioni di fondo affrontate dalla delibera sono due.
In primo luogo, il provvedimento dell’Agcom punta a favorire un maggior controllo su quanto è messo on-line e, sempre in questa logica, si propone di promuovere l’accesso ai contenuti da parte degli utenti. Per avere un’idea dei temi in gioco si pensi al recente caso Vividown-Google, che ha visto l’azienda leader nei motori di ricerca al centro di un’inchiesta per la pubblicazione, in un suo canale a disposizione del pubblico, di materiale giudicato offensivo. È però interessare rilevare che la vicenda si è conclusa con un’intesa stragiudiziale, con la quale Vividown ha ottenuto da Google l’accesso a un canale privilegiato per la segnalazione di eventuali altri contenuti analoghi. È insomma bastata la normativa attuale a favorire una mediazione che soddisfacesse tutti, senza la necessità di procedure obbligate.
L’altro problema che ha suscitato controversie è la tutela del diritto d’autore, poiché la delibera dell’Agcom prevede che il gestore di un sito Web debba rimuovere un contenuto illecito in caso di segnalazione da parte di un soggetto.
In sostanza, le questioni cruciali sono allora la libertà d’azione in rete e, strettamente connessa a ciò, la protezione del copyright (contro la libera riproduzione di testi, musiche, immagini). Chi è a favore della delibera parla della necessità di garantire la legalità, mentre gli oppositori vedono rischi di censure. Si tratta quindi di chiedersi «se» e «come» deve essere regolata la rete e, in secondo luogo, se è legittima la protezione della proprietà intellettuale. Sul primo punto, un liberale è portato a ritenere che vi siano più rischi quando si limita la libertà di espressione che non quando si lascia autonomia d’azione. Il primo articolo del Bill of Rights americano, che è parte integrante della Costituzione, prevede la più ampia libertà di parola: al punto che periodicamente, a Washington, sfilano gruppi neonazisti. Esso recita così: «Il Congresso non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e d’inoltrare petizioni al governo per la riparazione di ingiustizie». Anche se ci possono essere eccessi nella libertà di parola, sono da preferirsi alla persecuzione delle idee «sbagliate». L’idea è che alle parole si può rispondere con le parole, mentre un sistema di controllo delle idee comporta pericoli maggiori.
Più complicata, però, è la questione della proprietà intellettuale, che riguarda (in senso lato) anche brevetti e marchi. Una parte dei liberali sostiene che la proprietà intellettuale sia una forma di proprietà, e quindi meriti tutela. Essi ritengono che se non si concedesse al lavoro intellettuale un monopolio di sfruttamento, nessuno più farebbe ricerca, né investirebbe in studi e creatività. Il privilegio concesso all’autore servirebbe insomma a stimolare l’inventiva.
Quanti tra i liberali avversano la proprietà intellettuale sostengono, invece, che quella intellettuale non è una proprietà in senso proprio. Essi soprattutto si chiedono perché mai un neozelandese che ieri ha brevettato qualcosa dovrebbe inibire la libera iniziativa di un italiano che ha avuto la medesima idea (e talora succede) solo oggi. Senza considerare che questo meccanismo comprime la concorrenza.
Il caso del copyright è un po’ diverso, perché mentre è possibile che un’invenzione venga realizzata negli stessi termini da due persone e seguendo vie distinte, è folle immaginare che un altro Beethoven giunga a scrivere la Settima Sinfonia senza copiarla. Al tempo stesso, però, ormai gli autori non soltanto non sono in grado di fronteggiare la pirateria di massa - gli adolescenti che scaricano e moltiplicano i file grazie a server dislocati ovunque - ma soprattutto stanno trovando altre vie per remunerare le proprie attività: facendo sì che il cd o il dvd abbiano un valore aggiunto (anche simbolico), sfruttando i concerti, valorizzando le partecipazioni a programmi televisivi. C’è anche chi si è fatto copiare gratuitamente il più possibile sulla rete proprio al fine di acquisire una fama da monetizzare in un secondo tempo.
In altre parole, non è detto che moltiplicare regole e controlli sia la strada giusta. E la situazione odierna chiede soprattutto nuovi modelli di business, ben più che nuove burocrazie e ulteriori meccanismi giudiziari.