Tibet, il paradiso dei buddisti diventa la mecca dei bordelli

Mezzo secolo di occupazione comunista ha fatto nascere migliaia di case d’appuntamento

Massimo M. Veronese

Al tempio arrivano a tutte le ore del giorno e della notte, sedotti dai riflessi di luce. Migliaia e migliaia di pellegrini. Sanno che al culmine dell'ascesa, se si sbrigano e non perdono tempo in chiacchiere, troveranno l'illuminazione. Prima dell’ultimo passo verso la luce qualcuno si consegna alla contemplazione: si butta un occhio, ci si fa un’idea dell’offerta, si contano gli spiccioli, poi ognuno sceglie la propria strada. E una volta nel tempio non ci si limita certo a togliersi le scarpe e basta...
Benvenuti a Lhasa, terra degli dei, capitale spirituale del Tibet, ombelico del mondo buddista, attraversata, oggi come mai, da processioni di impenitenti. Non è il bisogno di mistico e di trascendente a guidarli. È il bisogno e basta. Il bisogno di una donna, carina, disponibile, a pagamento. Non vengono qui per cogliere l’assoluto ma l’attimo fuggente. Perché qui, avrebbe scoperto l’organizzazione inglese Free Tibet Campaign, proprio nella città consacrata al Dalai Lama, ci sarebbero ormai più di mille case di appuntamento. E decine di migliaia di sacerdotesse a luce rossa in tutto il Paese, specialmente a Shigatse, la seconda città della regione, ottantamila abitanti. Dove pare si contino più bordelli che cappelle. Prima erano tutte cinesi, ora sembra che gli uomini preferiscano le tibetane: costano meno, non hanno esigenze e sono molto più giovani. Bombe sexy in formato bonsai che strizzano l’occhio dalle vetrine di finti negozi per massaggi, parrucchieri, bar karaoke o da appartamenti con le luci rosa intermittenti. Promettono il Nirvana senza bisogno per forza di attraversare tredici stadi. Basta attraversare il marciapiede.
Nella terra degli dei il fenomeno della levitazione sembra aver colpito soprattutto il mondo della prostituzione: dicono sia talmente aumentata in Tibet che per reggere l’urto della concorrenza molte sono state costrette ad emigrare. La maggior parte di loro sono di etnia cinese Han, sei su dieci arrivano in Tibet dal vicino Sichuan, da dove partono da sempre migliaia di lavoratori per tutta la Cina. Adesso hanno concorrenza locale: c’è chi spera di vincere la povertà e chi spera di arrivare prima alla ricchezza.
Tutta colpa di cinquant’anni di occupazione cinese. Ci sono 300mila soldati dell’Esercito di liberazione popolare nella regione, quasi tutta montuosa, con le esigenze che si sa. Tutto è cominciato intorno ai campi militari, la polizia locale ha sempre fatto finta di nulla. Poi sono arrivati i turisti. All’inizio il terzo occhio serviva per agevolare la meditazione poi si sa come vanno a finire certe cose. E in questo crocevia di sacro e profano, di comunismo e consumismo alla fine ci si sono messi pure i media a creare bisogni di cui non si ha bisogno. E la prostituzione è diventata la via più rapida e realistica per conquistare un tenore di vita migliore che permetta di vivere alla maniera occidentale. Il vicedirettore del Congresso del popolo, più o meno il vicesindaco, nega l’evidenza: «I negozi nel centro di Shigatse sono parte dell'industria dei servizi e fanno i soldi solo lavando i capelli e i piedi delle persone». Dice servizi non servizietti.
A fare gli affari migliori sono i trafficanti di ragazze e i gestori delle case d’appuntamenti. Basta pagare e chi di dovere non farà il proprio dovere. Mica male per un regime che accusava il Dalai Lama di «perversione e decadenza morale». Poi c’è l’Aids. Qui i preservativi sono quasi inesistenti e molte ragazze non sanno nemmeno cos’è l’Aids. Ma pure stavolta il governo nega. «I numeri sono ancora molto bassi e noi facciamo molta attenzione. Ispezioniamo le persone che entrano in Tibet e stiamo adottando tutte le misure del caso» spiega Wu Yingjie, vicepresidente della regione autonoma tibetana senza spiegare quali. Benvenuti a Lhasa, la città Proibita, terra di sciamani dalla mani lunghe. E dove i beati sono tutti dannati.