Tibet, ultimatum della Cina dopo la strage

Nelle strade della capitale si vedono solo uniformi dell’esercito cinese. Decine di morti negli incidenti di venerdì. Al sicuro i pochi italiani: per loro è prevista una forzata partenza

Il Dalai Lama chiedeva la fine di ogni violenza. Pechino gli ha risposto con un massacro e un ultimatum. La dimensione della carneficina messa a segno dalle forze anti sommossa mandate a reprimere la rivolta tibetana di Lhasa tracima, a poco a poco, dalla cortina di silenzio, paura e repressione imposta da Pechino, affiora da telefonate, resoconti anonimi, testimonianze rubate. E così i due morti paventati venerdì diventano prima dieci, poi trenta, poi, come recita un comunicato del governo tibetano in esilio, «almeno cento». Ma il venerdì di sangue rischia di essere solo l’inizio, la prima frettolosa dimostrazione della brutalità a cui sono pronte le autorità cinesi per restaurare ordine e sottomissione.
Pechino, temendo per le Olimpiadi, ha ordinato di spezzare le reni ai tibetani e ai loro monaci, ha dato istruzioni di chiudere a doppia mandata il «tetto del mondo». I funzionari cinesi di Lhasa obbediscono intimando agli organizzatori della protesta di consegnarsi alle autorità entro lunedì sera. «Chi obbedirà otterrà clemenza», spiega una nota dell’Alta corte del Tibet, chi continuerà a nascondersi subirà «un duro trattamento». Minacce estremamente esplicite soprattutto per un popolo che nel 1959 pagò con migliaia di vittime il suo primo tentativo di rivolta e nel 1989, quando ci riprovò, venne nuovamente ridotto al silenzio con il terrore e la legge marziale.
Stavolta non sembra andar meglio. Uno studente italiano bloccato a Lhasa assieme a nove nostri connazionali definisce «un macello» la spietata repressione messa a segno venerdì dalla polizia. Sia lui sia gli altri italiani dovranno abbandonare il capoluogo tibetano entro martedì sera rispettando l’ordine di via imposto a tutti gli stranieri. La Cina non vuole intrusi, non vuole testimoni, ma le notizie, per ora, trapelano lo stesso. «A Lhasa la polizia ha fatto almeno cento morti e ha imposto la legge marziale», raccontano i comunicati del governo tibetano in esilio riferendo le testimonianze dei monaci buddhisti e dai militanti. Molti lavoratori statali sorpresi dagli scontri mentre erano in ufficio restano prigionieri dei soldati che circondano i palazzi. «Siamo qui da venerdì, non possiamo uscire e nessuno ci porta da mangiare... dalle finestre vediamo i mezzi blindati correre avanti e indietro mentre i soldati in mimetica pattugliano le strade con i bastoni in mano», spiega un’impiegata dell’Ufficio del Lavoro di Lhasa.
Ma i veri prigionieri, secondo le associazioni di appoggio al Tibet, sono i dimostranti caricati sui camion e sbattuti nei centri di detenzione della regione. «In queste ore centinaia di tibetani sono sottoposti ad interrogatori e torture», sostiene un comunicato di John Ackerly animatore della «Campagna internazionale per il Tibet». Mentre i carri armati controllano gli incroci della città le dimostrazioni sembrano contagiare anche altre località. Nella provincia occidentale di Gansu un centinaio di monaci è sceso dal tempio di Labrang alla città di Xiahe raccogliendo intorno a sé un migliaio di esuli tibetani.
La Cina risponde ad ogni accusa dando fiato alla campagna propagandistica che accusa «il Dalai Lama e la sua cricca» di aver organizzato i disordini e attribuisce ai dirigenti del movimento in esilio ogni responsabilità per la violenza e le uccisioni. Secondo Pechino i rivoltosi guidati dai monaci hanno trucidato numerosi immigrati di etnia «han» incendiando i loro negozi. «I teppisti – recitano i comunicati - hanno dato fuoco a scuole, ospedali, asili ed hanno ucciso molti civili innocenti».
Il Dalai Lama, bloccato da un’influenza nella residenza indiana di Dharamsala, replicherà alle accuse durante la conferenza stampa convocata per quest’oggi.