Il Ticino domani vota sull’Ue Fa paura l’idraulico polacco

Gli svizzeri alle urne per decidere se estendere la libera circolazione delle persone ai Paesi dell’Est entrati nell’Unione nel 2004

Luciana Caglio

Se è vero, come dice un luogo comune, che la paura è una cattiva consigliera, questa volta la Svizzera potrebbe correre un grosso rischio, destinato ad accentuare un isolamento controproducente. È, infatti, sotto l’urto di una paura, peraltro non del tutto immotivata, che gli elettori, chiamati alle urne in questo fine settimana, decideranno se accettare, o respingere, l’accordo con l’Ue sulla libera circolazione delle persone estesa ai cittadini dei dieci nuovi Stati membri. Si tratta, in teoria, della logica conseguenza di una scelta, già approvata dai cittadini elvetici nel 2002, quando la Confederazione decise appunto di aprirsi alla libera circolazione delle persone provenienti dall’Unione: un semplice «protocollo aggiuntivo», come viene definito in linguaggio burocratico.
E, a scanso di equivoci, per rendere accettabile questa nuova apertura, in un Paese tradizionalmente più propenso alle chiusure, le autorità federali si sono preoccupate di affiancarla a una serie di misure cosiddette collaterali: istituendo filtri e controlli per garantire un’immigrazione numericamente limitata e qualitativamente affidabile. In altre parole, saranno accolte in Svizzera soltanto poche migliaia di persone (da l.300 a 3.000 con permessi di dimora e da 12.400 a 29.000 con permessi temporanei entro il 2011), professionalmente qualificate, assunte alle stesse condizioni salariali e contrattuali dei lavoratori elvetici, ai quali comunque si garantisce la priorità. Tutto ciò per rassicurare l’opinione pubblica.
Niente dumping salariale, niente lavoro nero, e, anzi, nuove possibilità di attività, anche per gli stessi svizzeri, cui si aprono mercati promettenti quali, ad esempio, la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca. Proprio su quest’ultimo punto hanno insistito, negli ultimi mesi con una propaganda a tappeto, i partiti politici (salvo in Ticino l’Unione Democratica di Centro e la Lega), i sindacati, gli ambienti economici, le Chiese e gli intellettuali: come dire lo schieramento compatto dell’establishment e degli opinionisti.
Ora proprio quest’autorevole blocco non ha mancato, in un certo senso, d’insospettire buona parte della popolazione che nell’apertura vede un’occasione di affari per la grande industria ma una minaccia al proprio benessere, insidiato da una concorrenza sleale. Grava, anche sull’immaginario collettivo degli svizzeri, la figura ormai caricaturale dell’«idraulico polacco».
Da qui, l’impopolarità di una proposta che ha diviso profondamente l’elettorato elvetico in una consultazione all’insegna dell’indecisione e della paura. Sentimento, quest’ultimo, di casa in Ticino, il Cantone che, secondo i sondaggi, detiene il primato dei no: cui si contrappone, all’estremo opposto, la Svizzera francese, per vocazione europeista. Mentre la Svizzera tedesca appare divisa fra il tradizionalismo dei Cantoni montanari e gli interessi economici delle regioni altamente industrializzate.
Ma come si spiega l’atteggiamento dichiaratamente «anti», al sud delle Alpi, dove persino, a sinistra, il Movimento per il socialismo si è schierato per il no? Più che considerazioni politiche ed economiche generali e a lunga scadenza prevalgono, in Ticino, reazioni provocate da esperienze quotidiane: con la concorrenza della manodopera straniera ci si trova già a fare i conti con serbatoi di efficienti artigiani e piccoli imprenditori come l’alta Lombardia.
Ma, paradossalmente, di questa temuta concorrenza si è complici. I ticinesi si sono abituati alle prestazioni di imbianchini, tappezzieri, falegnami, arredatori d’oltre confine. E ne apprezzano i vantaggi: è gente che lavora bene, non è tenuta a rispettare i rigidi orari sindacali elvetici e costa meno. Della libera circolazione, in vigore da tre anni, il Ticino ha approfittato a proprio uso e consumo privato, procurandosi una manodopera che spesso scarseggia in un Paese dove si sono voltate le spalle alle attività artigianali e dove langue lo spirito d’iniziativa.
Del resto, interi settori di attività, come la ristorazione, la sartoria, il paramedico, vivono grazie al lavoro e anche all’inventiva degli immigrati. Mentre i ticinesi, magari con la laurea in tasca, stanno a guardare sfiduciati. Di questo stato d’animo, che paralizza il Paese, si dovrebbe aver paura. E non dell’eventuale arrivo di lavoratori polacchi o lettoni.