Il ticket sui farmaci? Effetto boomerang

Dopo i trionfalismi sull’abolizione del ticket farmaceutico di appena un anno fa, la tassa ritorna. Più beffarda che mai. Nella bozza del piano di rientro redatta dalla giunta Marrazzo le cifre ipotizzate sono due. Si stima, nel primo caso, un ticket di 2,63 euro a confezione escludendo il 20 per cento di esenti a causa di gravi patologie; nel secondo caso, la quota viene fissata a 2,11 euro a tutti. Esenti compresi. L’esborso a carico degli assistiti servirà a coprire lo sfondamento dei 131 milioni sulla spesa farmaceutica nell’anno 2005 e, come stabilito dalla Finanziaria, a far sì che il Lazio come le altre regioni «in rosso» possa usufruire del finanziamento di 150 milioni di euro messo a disposizione dal governo. Ed è proprio di ticket sui medicinali che, in queste ore, si discutendo alla regione per stabilire centesimo più, centesimo meno, quale sarà la cifra definitiva da imporre sulle ricette. Eppure sulla gabella che dovrebbe funzionare da deterrente all’eccesso di prescrizioni, comincia a sorgere qualche sospetto. I primi punti controversi li trova la Fimmg regionale (Federazione dei medici di medicina generale) che sottolinea: «Senza controllo della domanda, dell’offerta e dell’appropriatezza non c’è ticket che funzioni da deterrente. Servono altre misure aggiuntive per limitare le prescrizioni: distribuzione diretta (e per conto) capillare e su grossa scala dei medicinali più costosi, oltre a una seria politica per indirizzare medici e pazienti verso il farmaco più efficace a costo inferiore». Non usa perifrasi il segretario Fimmg Pier Luigi Bartoletti quando afferma che con il ticket sulla farmaceutica la regione Lazio ci rimetterà perché «si profila il rischio che le prescrizioni “rosa” conterranno farmaci a costo alto: i pazienti potrebbero chiederli per ammortizzare il ticket contando oltretutto che il Lazio è già la regione che vanta il primato del prezzo medio a ricetta. La giunta piuttosto dovrebbe varare un provvedimento che inserisca sì un ticket, ma progressivo. Ossia sui farmaci dai 30 euro in su, per dirne una». Fare qualche esempio non guasta. «Nelle macroterapie dell’osteoporosi e del colesterolo alcuni farmaci hanno prezzi di decine di euro, alcuni pure di centinaia - spiega il segretario del sindacato dei medici di base - ed è su questi che bisogna agire con la quota di compartecipazione, non sui farmaci di uso comune a basso costo». L’associazione di categoria si lascia pure sfuggire che «l’introduzione della tassa fissa di 10 euro in più sulle prescrizioni specialistiche e diagnostiche fa sì che, a partire dal primo gennaio di quest’anno curarsi con il servizio sanitario pubblico costa tra il 40 e l’80 per cento in più rispetto al 2006». Come si fa a dimostrarlo con i conti? «Prendiamo un paziente a rischio trombosi. Bisogna fare un controllo due volte al mese sull’emocromo e sull’Inr - spiega Bartoletti -. Prima costava 10 euro di ticket, oggi ne costa 30». E l’allarme che vuole lanciare la Fimmg è chiaro: «Dopo l’abolizione del tariffario minimale per i medici, sull’offerta sanitaria, è partita l’era della privatizzazione».