Il tifo per don Sante è una sconfitta vince la civiltà dello spettacolo

Nei giorni scorsi, un prete padovano ha fatto outing dal pulpito, lasciando intendere che le voci, che lo accreditavano come neo papà, corrispondevano al vero. Di per sé la notizia non deve far rumore più di tanto. Non si tratta del primo caso e non sarà neppure l’ultimo. Nei primi secoli del cristianesimo, a parte il nicolaismo, una corrente di pensiero ostile al celibato, molti furono apertamente contrari a questa prassi. Altri, più docili sul piano intellettuale, arrivarono nei fatti, allora e nei secoli a venire, alle stesse conclusioni.
Nessuno vuole giudicare questo giovane parroco. Anche perché è difficile sapere cosa passi nella coscienza di una persona, benché consacrata, quali siano le solitudini che lambiscono la sua strada, a quali prove sia sottoposto il suo equilibrio psicologico, spesso alle prese con il senso di frustrazione di un impegno che non sembra approdare a raccolti gratificanti. È solo tentando di entrare in queste notti che è più facile comprendere come una Giulietta incontrata sul proprio percorso si trasformi in ancora di salvezza, creando i presupposti perché vengano buttati alle ortiche anni di impegno e propositi celibatari.
Più del fatto in sé, a destare stupore è invece il consenso plebiscitario dei parrocchiani davanti all’evidenza. Quello che un tempo si sarebbe rivelato un pericoloso boomerang sul piano dell’immagine e della credibilità, s’è trasformato in carta vincente. «Don Sante è mio padre» esibivano i ragazzi sulle loro T-shirt stampate. Segno che la trasgressione paga e che il senso del bene oggettivo cede il passo alla debolezza come frontiera di emancipazione e affermazione di libertà. Le Vanne Marchi, i Corona, la foto con la vittima da esibire sul cancello di casa, nella ricerca di un po’ di notorietà, sono capaci di seppellire anche i migliori sentimenti e far saltare le regole di qualsiasi impianto di moralità.
Eppure tornando al nostro caso, non sono pochi gli ambiti che avrebbero richiesto più una riflessione pacata che un applauso alla trasgressione. A cominciare dal valore del celibato.
Scrive Maurizio Elia Bellomi, un giovane studente, nel suo libro Fiori rossi di vernice: «Un sasso è pesante. Gettato dal tetto di una casa, impiega pochi attimi per raggiungere il suolo; una piuma invece è leggera, raggiunge il suolo con difficoltà e basterà una lieve brezza perché si sposti da un luogo all’altro. Fa’ in modo che la tua anima sia come una piuma». Sembra di sentire l’eco delle parole di Madre Teresa di Calcutta, quando parlava della verginità in termini di leggerezza interiore. Il celibato non è vuoto né castrazione. Quando è guidato da ideali di servizio ed è alimentato dalla fede si traduce in levità, sia pure senza certezze conclusive. Servizio sorridente e disponibilità duttile. Esso è una fatica, ma anche condizione preziosa.
La vicenda del prete padovano e la risposta dei suoi parrocchiani pone comunque un secondo interrogativo. Com’è possibile che un fallimento si trasformi in vittoria e un cattivo esempio generi dei tifosi? Il problema non è solo una questione da preti, ma tocca una sfera più generale, quella che potremmo chiamare la sfida della durata e del senso di responsabilità.
Ci sono ancora margini per assumersi dei patti morali, o tutto è contrattualistico e quindi a termine? Ha ancora senso vivere l’avventura di una vita per un ideale, di coppia, di servizio, di lavoro... o tutto si esaurisce nei tempi fugaci del carpe diem? Nell’applauso corale di una parrocchia, che celebra una sconfitta morale come una vittoria, si nasconde in realtà il rischio culturale di una società del provvisorio, destinato a risolversi in piccole scelte emotive, spesso part-time e senza responsabilità.
Chi oggi si trasforma in fan, e non certo per ragioni di misericordia, non mette aria fresca nelle canoniche, ma spalanca le porte al tutto possibile, come distintivo di modernità, dentro e fuori dalle sacrestie. Per le nuove generazioni, qualche viso serioso e pensante degli adulti, capaci di farle riflettere, talvolta farebbe molto meglio di tanti applausi davanti al Santissimo.
brunofasani@yahoo.it