Tifosi in lutto per il Cipe: «Un pezzo di storia va via»

C’è chi, per essere presente, ha preso un permesso dal lavoro. Un coro unanime: «Era un grande uomo, onesto e simbolo di stile e sportività»

Giacomo Susca

«Un grande. Il più grande». Non occorre una vasta gamma di aggettivi per descrivere le qualità di un uomo entrato nella leggenda e che il destino ti ha costretto, di colpo, a salutare. Per l’ultima volta.
Il signor Elvio Baietta, sciarpa nerazzurra sotto il sole, è venuto in Sant’Ambrogio per dire addio all’idolo come gli altri 30mila che hanno affollato il sagrato della Basilica e il chiostro della cappella di San Sigismondo, dove dalle 11 è stata allestita la camera ardente. Il posto più triste per incontrare Giacinto «Magno». Non c’è il profumo dell’erba respirato per una vita, prima sul terreno di gioco e poi dalla poltrona più importante di San Siro, quella del Presidente. Anzi: «Grande e onesto presidente», com’è scritto su uno striscione appeso alle transenne. Maria Rosa Greco lo guarda e annuisce: «Siamo qui per applaudire un esempio di stile e di sportività». Stefano Rusconi ha preso una giornata di permesso dal lavoro per partecipare al funerale «dell’uomo a cui un giorno ho avuto la fortuna di stringere la mano». «Un pezzo di storia se ne è andato. Da domani porterò con ancora più orgoglio questa spilla», aggiunge Roberto Furiosi. La spilla scelta da Facchetti e dalla dirigenza di via Durini come l’emblema di una passione: «Io sono interista». E chi lo era più del Cipe, che mollava i colori neroblu solo per l’azzurro della nazionale? Le due maglie ora posate sul feretro del Capitano, accolto dal fragore dei battimani quando viene portato in chiesa per la solenne cerimonia. «Onesto, buono leale. Un brutto giorno per Milano», dice commossa Maria Pia Ranaldi, in coda per firmare il registro.
Dentro, i familiari, chi gli era più vicino, le autorità. Fuori, la Curva. E tanta, davvero tanta gente comune e di ogni età. Se alzi lo sguardo la vedi assiepata fino all’incrocio con via Carducci. I ragazzi della Nord, come Fabrizio Morandi, che pensano già «a ricordarlo alla prossima partita con una coreografia degna di un eroe». Un gruppo di tifosi dell’Inter Club Valsesia conserva un dolce ricordo. «A Bratislava per una trasferta di Champions. Lui si siede al bar con noi e risponde a tutte le domande sulla squadra, sul passato, sul futuro. Poi accetta di prendere il telefono per fare uno scherzo», raccontano Michela e Laura. Nell’attesa che la messa finisca si parla inevitabilmente di calcio, si rievocano le gesta del «mito». «Un suo gol alla Fiorentina, il più bello che ho mai visto. Di collo piede quasi da metà campo», è l’amarcord di Canio Filippi, classe 1938. Ben più giovane, Eugenio Marchitelli si è fatto stampare una maglia due ore fa: «Da piccolo avevo il numero 3», sintesi di un’ammirazione unica. «E ora aspettino almeno un anno a sostituirlo».
Perché «C’è solo un Capitano. Uno di noi. Giacinto facci un gol». Un boato e lui corre via per sempre. Lunghissimo applauso. Sciarpata. Bandiere al cielo. Dove brilla «un’altra stella». Firmato: i milanesi.