Tiger unico dittatore ma l’Italia va fiera di un superMolinari

La stagione 2006 in archivio all’insegna di Tiger Woods che vince 10 milioni di dollari e resta l'incontrastato "re Leone". Alle sue spalle si insedia un ritrovato Jim Furyk. Al terzo Phil Mickelson, vincitore del Masters

Pausa natalizia, anche se breve, per i protagonisti dei Tour professionistici e tempo di darsi una guardata alle spalle di quanto la stagione 2006 abbia detto e significato. A livello di ranking mondiale la storia è presto detta: Tiger Woods resta l’incontrastato “re Leone” e per il momento non ce n’è davvero per nessuno anche se alle sue spalle si è insediato un ritrovato Jim Furyk.

Al terzo posto troviamo Phil Mickelson, vincitore del Masters, che ha accusato un calo di rendimento nella seconda parte della stagione. Quel che non sfugge è che dopo i tre succitati americani, la classifica legge una sfilza di nomi di giocatori che, pur militando sul tour d’oltreoceano. non fanno parte del firmamento yankee. Scott, Els, Goosen, Harrington, Singh, Donald, Ogilvy, Garcia, Stenson, Immelmann, per citarli nell’ordine non battono bandiera a stelle e strisce chiaro segnale che la supremazia di quelli da sempre considerati i golfisti più forti al mondo stia subendo una battuta d’arresto.

Gli States hanno difficoltà ad esprimere giocatori davvero superiori e dotati di quel carisma che sa coinvolgere il pubblico e lanciare nuove star. Lo si è visto anche in occasione della Ryder Cup con i vari Wetterich e J.J. Henry entrati in squadra per meriti di gioco ma incapaci di quel guizzo in più che denota il vero campione.
Lo stesso discorso vale per l’Ordine di merito americano (money list) dove alle spalle del solito Tiger – quasi 10 milioni di dollari vinti in stagione – c’è ancora Jim Furyk ma seguito a ruota dal sempre più forte australiano Scott (lui sì che di carisma e classe ne ha), davanti a Singh, in leggero calo, ed un altro “aussie”, Geoff Ogilvy che si è permesso il lusso di vincere un World Championship ed addirittura l’Open degli Stati Uniti.

A seguire troviamo Mickelson ma subito dopo di lui altri tre «immigrati»: il sudafricano Immelman, l’australiano Appleby e l’inglese Donald. Altro sintomo del momento poco felice per il golf americano il fatto che l’unica vera novità arriva dalla Colombia con Camillo Villegas che, se il bel tempo si vede dal mattino, l’anno prossimo potrebbe esplodere e rubare i favori del pubblico a più d’uno degli attuali beniamini.

A livello di Tour europeo Padraig Harrington, l’eterno secondo proprio con un posto d’onore al Volvo di Valderrama. è riuscito a superare sul filo di lana Paul Casey e laurearsi per la prima volta numero 1 europeo: entrami hanno approfittato di un calo di rendimento (e del mal di schiena) di David Howell che per tre quarti della stagione era stato ai vertici della classifica. Il 2006 europeo ha ritrovato un grande (in tutti i sensi) Robert Karlsson ed ha consacrato definitivamente nella nuova élite lo svedese Herik Stenson.

Donald, Poulter e Montgomerie, l’inossidabile, hanno fatto la loro parte ma la vera rivelazione è stato lo svedese Johan Edfords.
L’Italia può dirsi più che soddisfatta con il 38° posto di Francesco Molinari ma soprattutto con la sua indiscutibile vittoria all’Open d’Italia Telecom. Francesco è già ripartito bene nell’anticipata stagione 2007 e magari a breve per lui potrebbe starci il secondo successo in tre anni di professionismo. Bene anche Peppo Canonica: non ha vinto ma è arrivato tra i primi 60 e con qualche ritocco sui green può, senza problemi, ritrovare il podio. Carta conservata anche per Alessandro Tadini il quale necessita solo di continuità nei quattro giri per avere le sue soddisfazioni.