Time boccia Assange: meglio mister Facebook

Il settimanale americano snobba i suoi lettori che eleggono il capo di
Wikileaks "Uomo dell’anno" per nominare il fondatore del social network.
Ma è una scelta anche politica: all’idealista hanno preferito premiare
il capitalista

Ma chi merita il titolo, simbolico eppur ambito, di uomo dell'anno? Julien Assange, il fondatore di Wikileaks, o Mark Zuckerberg, il patron di Facebook? Forse nessuno dei due. Nel 2010 altri protagonisti avrebbero meritato il riconoscimento, ma siccome ad attribuirlo è la rivista «Time» è nato l'ennesimo caso giornalistico; perché i lettori, invitati ad esprimersi via internet, hanno scelto il primo, ma la redazione ha preferito il secondo. E siccome, da sempre, l'ultima parola spetta ai giornalisti, sulla copertina lunedì in edicola apparirà la foto del giovanissimo Zuckerberg.
Come dire: lettori e professionisti non remano nella stessa direzione. Un po' come accade con la critica cinematografica. Capita che il film premiato dagli esperti al botteghino raccolga poche migliaia di dollari e viceversa; il film di cassetta è quello bocciato dalle grandi firme dei giornali.
Il problema é che l'interattività tende ad accuire la frattura tra professionisti e pubblico e che la maggior parte dei giornalisti non se n'è ancora fatta una ragione.
Fino a pochi anni fa «Time» era considerata una delle testate più prestigiose del mondo. Ma lo è ancora? La risposta è no. Le vendite vanno male, il bilancio anche peggio e il suo pedigree giornalistico segue la china. «Time» sembra tutt'altro che impenetrabile all'influenza degli spin doctor e, in politica estera, sembra avere un filo diretto con il Dipartimento di Stato, che garantisce ottimi scoop, ma non fa certo bene all'indipendenza. Alcune nomine in passato sono sembrate funzionali soprattutto agli interessi di Washington. Quella di Putin del 2007, in un momento in cui la Casa Bianca tentava di distendere i rapporti con la Russia, o quella del numero uno della Fed Bernanke, nel 2009, quando la stessa Banca centrale Usa voleva far credere che la crisi finanziaria fosse stata risolta nell'interessi di tutti.
Ora la palma è andata a Zuckerberg, perché Facebook ha raggiunto una diffusione planetaria e si è trasformato in un mezzo di comunicazione. La scelta è plausibile, ma non particolarmente originale.
Dunque hanno ragione i lettori? Non proprio. Il voto ad Assange conferma, semmai, come sia facile condizionare le masse e impiantare miti nell'opinione pubblica. Chi è davvero il fondatore di Wikileaks? Un nuovo cavaliere solitario che combatte contro le malefatte del mondo? C'è da dubitarne, benchè lui ovviamente faccia di tutto per accreditare questa versione. In realtà prima di considerarlo un eroe bisognerebbe che Assange chiarisse i non pochi punti oscuri del suo passato e della sua attività. Chi lo finanzia? Come fa a selezionare, da solo, 260mila email tra i quasi tre milioni di messaggi ricevuti? Perché l'«Economist», ovvero una testata non certo sovversiva - ma, al contrario legata al mondo finanziario che il giornalista australiano dice di voler combattere - lo ha premiato recentemente? E perché non appare più la lista dei nove membri dell'Advisory Board? Forse perché, a quanto pare, tra di loro ce ne sono diversi legati alla Fondazione Soros?
Sono queste le domande che i fan - e i giornali - dovrebbero porre con forza prima di considerarlo un Martin Luther King del Web. Domande che, però, scivolano via ed emergono solo nella blogosfera.
Una volta creato un «frame» ovvero un concetto impiantato nella sinapsi del cervello è difficile estirparlo, tanto più se collettivo. É accaduto spesso, anche in Italia. Ai tempi di Mani Pulite la stragrande maggioranza degli italiani considerava Antonio Di Pietro un eroe da sostenere senza se e senza ma. E ci sono voluti anni prima che il giudizio dell'opinione pubblica cambiasse.
Con Assange stiamo assistendo a un fenomeno analogo. Nella mente di decine di milioni di persone è impresso un slogan: perseguitato, coraggioso, nemico dei potenti. Non lo è, verosimilmente; o perlomeno non merita fiducia fino a quando i tanti dubbi non verranno chiariti. Intanto, però, raccoglie valanghe di voti sul sito di «Time» e l'esclusione, a vantaggio di Zuckerberg, rafforza l'impressione. Poco importa che si tratti di un gioco; anzi, di una trovata pubblicitaria, che garantisce a «Time» visibilità mondiale a costo zero.