Il timer è sul 30 giugno per questioni di cassa

Con la conta delle tessere per i prodiani sfumerebbe il finanziamento pubblico

da Roma

C’è una data fatidica che gira nella Margherita: il 30 giugno. «Vedrete, ce ne andremo prima di quel giorno», giurano i prodiani. Nessuno spiega perché, però. A svelare l’arcano ci pensano gli altri, quelli della maggioranza marinian-rutelliana: «Entro il 30 giugno si chiude il tesseramento del partito. Dopo quella data, se facessero la scissione reclamando la parte di finanziamento pubblico che spetta alla loro componente, dovrebbero basarsi sulla percentuale dei loro iscritti». E siccome il tesseramento lo gestiscono Franco Marini e la maggioranza, e l’apporto di iscritti dei prodiani è scarsino («forse arrivano al 2%», si ironizza) la quota di denaro che i secessionisti porterebbero con sè risulterebbe drasticamente ridimensionata. Meglio quindi trattare sulla base del 20% attuale.
Interpretazione maliziosa? Di certo se ne è ragionato, nei lunghi conciliaboli di questi giorni. E di certo i prodiani continuano a parlare di scissione ormai alle porte, «una sorta di separazione consensuale» diceva ieri Mantini. L’occasione potrebbe fornirla la Direzione Dl del 21 giugno. Lì gli uomini del Professore presenterebbero un documento iper-ulivista, chiedendo a di tornare indietro sul no alla lista unitaria. Verrebbe respinto e a quel punto Parisi e i suoi potrebbero dire: «Ci avete cacciati». La dinamica dell’evento, per come la vedono i prodiani, l’ha già spiegata ieri sera nell’assemblea dei senatori il capogruppo Willer Bordon: «Ho sempre rifiutato il termine scissione, perché presuppone un distacco, un abbandono di un qualcosa che continua ad esistere. Ma la Margherita o è per l'Ulivo o non è». Insomma, Rutelli e Marini hanno tradito le ragioni «costitutive» dei Dl, e dunque chi se ne va è in realtà chi continua a portare avanti quel progetto.
Il ragionamento convince Prodi, molto meno i ds. Per Fassino, comunque Parisi e Bordon la vogliano chiamare, sempre di scissione si tratterebbe, «e noi non potremmo accettarla». Rutelli non aspetta che lo squillo di tromba parisiano per rispondere con la sua cannonata: «Prodi non ci rappresenta più». E a quel punto si aprirebbe la sarabanda. Nessuno ad oggi riesce a prevederne gli esiti. «I prodiani sono decisi a fare comunque la lista Prodi, anche senza i Ds: ce lo hanno detto chiaramente», spiega uno dei partecipanti all’ufficio di presidenza nel quale ieri le due anime Dl si sono scontrate. Una lista dei «Democratici» per l’Ulivo o per Prodi, con gli scissionisti più lo Sdi e «chi ci sta» (Di Pietro? i Verdi?), capeggiata dal Professore. Convinto di avere in tasca il 15-18% dei voti. Ma non più candidato premier. Chiederebbe le primarie per farsi confermare? O cederebbe il passo a un ds? E quale? Ieri, mentre Prodi parlava da Vespa, il Campidoglio era in fibrillazione. Il timore era che il novello Stranamore sganciasse nel loro campo l’«arma di fine di mondo», buttando in pista il nome di Veltroni e scatenando la guerra nella Quercia. «L’unico candidato accettabile sarebbe il segretario del principale partito, Fassino», ragionava Mastella. Fassino dal canto suo spera di addomesticare Prodi evitando scissioni e cambio di leader. Ma la partita è ancora lunga.

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