Timi: «Non so stare senza teatro»

Dai ricordi dell’amico-regista Fellini alle sue immagini in bianco e nero, sfogliando i diari di famiglia. Il legame con Eduardo De Filippo, la stima del direttore Muti, i disegni dell’illustratore Novello. Nino Rota, uno scrigno di ricordi. Il 1979, purtroppo, è fondamentale. «Ricordo bene - dice la signora -. Lo invitai all’inaugurazione di una mostra alla Scala, venne. Due giorni dopo morì a soli 67 anni». Proprio così, era il 10 aprile. Ieri, il giorno esatto in cui ricorre il trentennale della scomparsa dell’illustre compositore milanese. Premio Oscar nel 1975, arcinoto per avere firmato molte colonne sonore di film di successo internazionale, tra cui quasi tutti quelli di Fellini (da Lo sceicco bianco a La dolce vita), cui si aggiungono pellicole (e musiche) indimenticabili, come Il Gattopardo di Luchino Visconti, Il Padrino di Francis Ford Coppola o, ancora, Assassinio sul Nilo, di John Guillermin. A tenere viva la memoria con testimonianze personali e una raccolta privata di documenti «in evoluzione» è una brillante ultraottantenne milanese: la cugina del maestro: Silvia Rota Blanchaert. Riceve con l’ospitalità d’altri tempi; sul tavolo del salotto, nel signorile appartamento di via De Amicis, foto del musicista, copertine di vecchi dischi, cataloghi di esposizioni e flash d’epoca (il patrimonio degli spartiti si trova alla Fondazione Cini di Venezia). «Guardate», la signora mostra un catalogo realizzato da Pier Marco De Santi. Dagli autografi ai manifesti; tutto in quella casa sembra parlare di Rota. «Muti, a cui fece da testimone di nozze, lo ha eseguito tantissimo», rammenta. Aneddoti col «vecchio» maestro Malipiero. Dalla raccolta ecco un articolo che riporta un dialogo con ilare finale. L’anziano compositore al giovane collega: «Stasera voglio ascoltare alla radio il tuo “Cappello di paglia”...». Risposta: «No, non lo faccia. Senza vedere le scene, la mia musica non ha senso...». Accigliato Malipiero, in dialetto veneto: «Ben, che el me manda una fotografia». Ride Silvia Rota. La sua mente corre a quegli splendidi anni: «L’ho seguito dappertutto, Nino, negli Usa, in Russia, Francia e Spagna». Lode alla sua musica, scritta in un periodo nel quale i santoni delle avanguardie gli davano del «melodico»; «poi tutti hanno compreso anche l’importanza della sua produzione operistica e da camera». Rota si trasferì a Roma («quando iniziò a scrivere il cinema»), poi a Bari, dove rimase per una vita («non aveva buona salute, ci andò per l’aria»). Spesso dormiva in conservatorio, componeva di notte, amava contemplare gli aranci del giardino di fronte. «Milano fino a un certo punto lo celebrò - conclude -, alla piccola Scala e al Piermarini. Una sera qui c’erano lui, Fellini e la moglie del regista, Giulietta Masina. Si cenò tutti insieme poi andammo a vedere il balletto con Carla Fracci tratto dal film “La strada”». E ora? La signora Silvia scuote la testa e s’aspetta che la città non lo dimentichi. «Vedremo...». Eppur qualcosa si muove, ma altrove: il 28, alla Siae capitolina ci sarà una giornata a lui dedicata. Tra gli invitati, oltre alla cugina Rota Blanchaert, nomi che fanno storia: la regista Lina Wertmüller, il compositore Michele dall’Ongaro e il maestro Bacalov.