Il timido libraio trova l’amore con l’attricetta

In scena al teatro Nuovo «Il gufo e la gattina», capolavoro di Bill Manhoff con Longhi e Vaccaro

Sergio Rame

Una storia d'amore. Di quelle che lasciano il sorriso e la carica dei buoni sentimenti. Silvio Giordani porta, in questi giorni, sul palcoscenico del Teatro Nuovo, il capolavoro di Bill Manhoff, Il gufo e la gattina.
Una straordinaria macchina per attori. Una favola moderna che sfiora il grottesco e supera il paradosso. Tutta la pièce di Giordani si basa su una comica astrazione che permette a due mondi diametralmente opposti di riuscire a comunicare. «La commedia - spiega il regista - tratta temi molto importanti come il sesso, l'incomunicabilità, la solitudine e la frustrazione stendendo su tutto quanto accade una mano di vernice così brillante che riesce a farci ridere e divertire anche mentre riflettiamo».
In questa commedia dai toni volutamente paradossali - ma mai sopra le righe - il pubblico avrà a che fare con personaggi di scontrosa tenerezza che portano dentro di sé sogni sproporzionati alle loro capacità: Felix il Gufo, commesso di libreria e scrittore fallito interpretato da Pietro Longhi, e Doris la Gattina, una attricetta-squillo con poca cultura e nessuna possibilità artistica interpretata da Cristiana Vaccaro. I due si incontrano e si scontrano imparando a farsi compagnia, fino a dover riconoscere di non poter più fare a meno l'una dell'altra.
Commedia di fresca simpatia ma anche di spietata sincerità che non sfigura al confronto di altri grandi successi del cinema e del teatro di simile architettura. «Sicuramente nel nostro spettacolo c'è un adattamento più vicino ai giorni nostri - spiega Longhi - anche se rimane una storia classica di due solitudini che s'incontrano. È un Pigmalione al quale vengono approfondite le emozioni in modo da descrivere due mondi antitetici».
Piccolo gioiello di drammaturgia contemporanea o sapiente modello di arte recitativa che si snoda in un divertente spettacolo di perfetta godibilità che pur riproponendo una storia vecchia quanto il mondo riesce, ancora oggi, a stupire per simpatia e modernità.
È evidente che un elemento non trascurabile di questa pièce tutta incentrata sull'instancabile duello verbale dei due protagonisti, vorticosamente risucchiati in un simpatico scontro fatto di parole taglienti e di battute mordaci, è la presenza di un'attrice mulitiforme come la Vaccaro. Al suo fianco Pietro Longhi, irresistibile interprete di un commesso di libreria, frustrato ed infelice, si trova nella triste condizione di riuscire a divagarsi solamente spiando con sguardo morboso e lascivo le performance amorose della sua dirimpettaia.
Si sa, gli opposti si attraggono. Specie in amore. Ma potrebbe apparire quantomeno improbabile che due individui tanto diversi come Doris e Felix possano sentirsi richiamati dal fascino dell'altro. Sboccata e irriverente lei, convinta che anche un cognome sbagliato possa portarle sfortuna, sembra del tutto fuori luogo nell'appartamento di lui, colto e raffinato, animato da sogno della scrittura di un romanzo di successo. I due cadono nella trappola del dialogo bisbetico che il regista Giordani ha saputo rendere armonioso e serrato al tempo stesso. Lo stereotipo dell'attricetta, disposta a tutto per raggiungere i suoi scopi, viene però ribaltato nel momento in cui Doris dimostra di essere in possesso di un'inconsapevole ricchezza interiore e di profondo candore, che le convenzioni culturali e di maniera talvolta rischiano di ottenebrare.
«Il pubblico - conclude Longhi - potrà riconoscersi in tutto, in parte o in un passaggio: da una parte l'uomo più chiuso, dall'altra la donna più solare e portata alla scoperta. Lo spettacolo di Manhoff è un classico del rapporto uomo-donna».