Il timone riformista la chimera del Professore

Pietro Mancini

Uno degli autorevoli giornalisti progressisti, Giampaolo Pansa, prevede che le primarie, indette dall’Unione a ottobre, per designare il leader, si trasformeranno in un bagno di sangue, mentre il vecchio opinionista laico, Giorgio Bocca, non trova di meglio che invocare l’aiuto dello Spirito Santo per far rientrare la spaccatura tra Prodi e Rutelli. «La situazione è grave, ma non è seria»: così, forse, Ennio Flaiano avrebbe commentato la decisione del Professore di convocare dal notaio capi e sottocapi dei 10 partiti e cespugli ulivisti per sottoscrivere gli accordi antiribaltoni e per spartirsi i soldi e le candidature. Ma, al di là della condivisibile ironia di quanti bocciano il passaggio dalle prediche sull’auspicato, e mai realizzato, timone riformista della coalizione al pletorico direttorio, guidato dal Professore, che oggi somiglia più che a Re Artù a un re travicello, non colgono a pieno la reale natura dello scontro, in atto nel centrosinistra, gli osservatori che, come Salvati, lo considerano caratterizzato solo da una limpida contrapposizione tra strategie politiche. Quella del soggetto unitario, cara al Professore, da realizzare nel sistema bipolare, e quella moderata di Rutelli, tutto proteso a inseguire il sogno del ritorno al proporzionale e a costruire una molto futuribile alleanza con l’Udc di Follini.
In realtà, oggi, tra i big e i caporali della galassia prodiana è in corso un’aspra lotta di potere, senza esclusione di colpi, per la conquista delle attuali, e soprattutto future, più ambite poltrone. Ancor prima dell’attacco, sferrato da D’Alema contro i «cretini e mascalzoni» della Margherita, che lo avevano chiamato in causa come regista della scalata di Ricucci alla Rcs, il senatore diessino Claudio Petruccioli, dopo essere stato costretto a rinunciare alla speranza di diventare presidente della Rai, si era così sfogato: «Questa vicenda mi ha nauseato, soprattutto gli attacchi di certa sinistra, che dimostra di non riuscire a liberarsi dal complesso del nemico: chi non è d’accordo con la maggioranza dell’Unione, oggettivamente, sta con Berlusconi!».
Parole dure, come quelle scagliate contro Rutelli dal presidente dei Ds, che peraltro, quando scende in campo per denunciare le presunte manovre dei «poteri forti» contro il suo partito, non può far dimenticare i dubbi e le perplessità, che vennero avanzate, a piene mani, nell’epoca in cui il leader della Quercia era premier e l’ex senatore del Pci, Guido Rossi, definì Palazzo Chigi l’unica «merchant bank», dove si siglavano intese, pur non conoscendo la lingua inglese.
E allorché si sostenne che Massimo avrebbe sponsorizzato la scalata a Telecom, effettuata dall’industriale mantovano Colaninno, che aveva sostituito De Benedetti alla guida del gruppo di Ivrea. E oggi, guarda caso, proprio l’Ingegnere si guarda bene dal negare la sua diffidenza per la contestata leadership di Prodi, non smentendo affatto una recente cena a Milano, commensali lui, Rutelli e il presidente di Banca Intesa, Bazoli, in passato sostenitore dell’ex presidente dell’Iri.
Finanze, banche, mattone, giornali: ma la politica che ci azzecca, chiede ingenuamente il buon Tonino Di Pietro, che lancia i suoi strali contro la democrazia a scartamento ridotto, in cui grandi lobby e influenti centri di potere controllano l’informazione, il capitale e la finanza, condizionando pesantemente la dialettica tra i partiti? Questioni ben più reali e drammaticamente più serie delle finte primarie, che una sinistra moderna, che aspira a tornare al governo dovrebbe affrontare con coraggio, non lanciando anatemi e senza tabù, ma dotandosi di analisi approfondite e di aggiornati strumenti di ricerca.

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