TINTINNIO DI SOSPETTI

«Sicuramente la decisione del Tribunale di Roma che mi riguarda sarà messa nelle pagine interne». Così parlò Antonio Di Pietro, riferendosi all’archiviazione d’un procedimento in cui era indagato, e al rilievo che l’archiviazione stessa avrebbe avuto sul Giornale. Invece ne diamo conto in prima pagina, con la massima evidenza. Udite, udite. Il Gip Luciano Imperiali ha ritenuto, su conforme richiesta del Pm Giancarlo Amato, che le accuse mosse all’ex Pm da un suo socio per la gestione di finanziamenti pubblici e di sottoscrizioni all’Italia dei valori, non siano provate.
La questione potrebbe finire qui, se Di Pietro non avesse tratto spunto dall’episodio per chiedere, con tono intimidatorio, «una rivisitazione completa del sistema di informazione, dove si deve fare una enorme distinzione tra fatto e critica». C’è odore di censura in questa frase, aggravata da accenni a organi d’informazione che hanno «strumentalizzato questa vicenda per una evidente campagna diffamatoria pre-elettorale». A questo punto vogliamo ricordare ad Antonio Di Pietro alcune semplici cose.
1) È stata pubblicata in prima pagina la notizia riguardante i tesoretti elettorali dell’Italia dei valori così come per anni furono pubblicate in prima pagina, e spesso con titoli che la occupavano interamente, notizie d’indagati di Tangentopoli successivamente prosciolti. E spesso per loro - diversamente che per Di Pietro - ci furono solo, nelle retrovie dei quotidiani, brevi cenni al proscioglimento.
2) Né la toga che vestì né il ruolo giustizialista che ostentò come ministro del governo Prodi consentono a Di Pietro di rovesciare sui quotidiani a lui sgraditi insinuazioni e insulti. Non è un mistero per nessuno che le simpatie del Giornale non vanno allo schieramento in cui Di Pietro è intruppato. Ma tra la polemica, che è un’indispensabile componente d’ogni autentica campagna elettorale, e la diffamazione, che è una cattiva azione e un reato, corre una distanza della quale un ex magistrato dovrebbe tener conto. Si può ricordare che l’«affaire» archiviato ha preso origine dalla denuncia d’un collaboratore di Di Pietro, non da iniziative dei suoi avversari. Qualche valore era carente, nell’Italia dei valori.
3) Poliziotto, magistrato, politico, il multiforme Tonino non pretenda adesso di impartirci anche lezioni di giornalismo, invitandoci - ma che scoperta - a distinguere tra fatto e critica (forse voleva dire commento). Sappiamo distinguere. Ma non siamo disposti a lasciarci condizionare dal tintinnio dei sospetti.
Mario Cervi