«LA TINTORIA» NON LAVA LE BANALITÀ

Ogni nuovo programma comico dà l’idea di essere un terno al lotto, un tentativo più o meno azzardoso di fare bingo, vincere la legge dei grandi numeri e imporsi finalmente all'attenzione di un pubblico che di «nuovi comici» ne vede ormai molti in televisione, senza quasi mai riuscire a memorizzarli stabilmente. Stessa sorte sembra toccare a Tintoria (mercoledì su Raitre, ore 23,35) che gioca le sue carte puntando sull’ambientazione multietnica a cominciare dalla conduzione, affidata al giapponese Taiyo Yamanouchi e alla venezuelana Carolina Marconi. Detto per inciso, un giorno o l’altro si dovrà fare un discorso approfondito sulla conduzione dei programmi comici, che è un aspetto decisivo ma sottovalutato. Il conduttore deve «fare gruppo», essere un collante di grande personalità e simpatia (tipo Bisio, uno dei pochissimi esempi in circolazione), altrimenti si parte con l’handicap e sarebbe quasi meglio l’autogestione. Il problema della Tintoria non è comunque circoscrivibile alla non memorabile coppia di conduttori, chiamati a dare un tocco di novità etnica a un contesto che per troppi altri versi ricorda atmosfere e sensazioni già percepite. Chissà perché la maggior parte dei nuovi programmi comici deve essere accompagnata da quell’aria eternamente sperimentale, con scenografie da scantinato più che da laboratorio di umorismo, penalizzata da un clima sostanzialmente dimesso e contrassegnato da un via vai continuo di comici più o meno conosciuti (o sconosciuti) che chissà perché non vengono mai presentati per nome (a cosa serve allora un conduttore?) come se fossero «numeri» ai quali viene chiesto di timbrare il cartellino del veloce monologo e poi uscire presto di scena per lasciare spazio al prossimo. È anche questa concitazione del turn over a tutti i costi che rende così difficile il consolidamento dei nuovi programmi come la Tintoria. Che avrebbero bisogno di far affezionare il pubblico ai protagonisti senza dare l’impressione di usarli come riempitivi, giusto per arrivare alla fine della trasmissione dopo aver diviso il tempo a disposizione per il numero dei comici in scaletta. Se l’impianto del programma è discutibile per tutti questi motivi elencati, va invece incoraggiata la tendenza a presentare per quanto possibile un tipo di comicità sganciata dai riferimenti televisivi. La maggior parte dei monologhi cerca la strada del bozzetto di costume, della fotografia ironica di aspetti e situazioni della vita di tutti i giorni senza inseguire parodie o imitazioni (se si eccettua il Santoro «congelato e scongelato» interpretato da Max Tortora). È sperabile che d’ora in avanti si cerchino sempre più modelli di comicità indipendenti dai limitativi riferimenti al mondo della televisione.